Cronaca

Strage di piazza Loggia, la storia delle due donne per la prima volta in aula dopo 50 anni

Avevano 16 e 17 anni furono ferite dalla bomba, fino a ieri sono rimaste ai margini del processo
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

L’accusa: Il procuratore Francesco Prete con Arnaldo Trebeschi - Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
L’accusa: Il procuratore Francesco Prete con Arnaldo Trebeschi - Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

L’ultima occasione. Il processo iniziato ieri davanti ai giudici della Corte d’assise, con tutta probabilità sarà l’ultimo tentativo concesso di accertare la responsabilità, fino ad oggi ancora anonima, della fase esecutiva della strage di piazza Loggia. L’ultima opportunità per dare un nome ed un volto alla mano che ha piazzato la bomba nel cestino. Un’occasione che due persone investite dall’onda d’urto, ma rimaste per tutti questi anni ai margini dei processi cui quello scoppio diede origine, non vogliono sprecare.

L’attesa

Francesca Inverardi all’epoca aveva 16 anni (la stessa età di Marco Toffaloni, uno dei due presunti esecutori materiali dell’attentato del 28 maggio 1974). Era in piazza insieme a centinaia di operai, suoi colleghi, per manifestare contro l’escalation di violenza fascista di quei mesi. Rimase ferita. Segnata nel fisico e nel morale. Un’eredità pesante, un demone difficile da domare, almeno sino all’estate del 2015, al processo d’appello bis a Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (i mandanti della strage). «Si rivolse a me - ha spiegato l’avvocato Pietro Garbarino - ma all’epoca non c’era modo di costituirsi». Ieri è riuscita nel suo scopo. A motivare le ragioni di costituirsi 50 anni dopo è il suo legale, l’avvocato Luciano Meraviglia. «A determinare la sua scelta - ha detto quest’ultimo - è stata la consapevolezza di non aver subìto solo un danno alla sua persona, ma di avere una ferita che pesa su tutta la città e che lei stessa vuole rivendicare davanti alla Corte d’assise. È questa la ragione per la quale si è offerta anche di testimoniare».

Il travaglio

Beatrice Capra, all’epoca di anni ne aveva invece 17enne. Era studentessa. Era in corteo, insieme a tantissimi compagni di scuola e a molti insegnanti. Da allora ha camminato lungo un tormentato percorso prima di costituirsi. «Non si è mai esposta in precedenza. I motivi per i quali aveva preferito rimanere ai margini sono vari - spiega l’avvocato Vincenzo Copeta -: l’episodio particolarmente doloroso e l’idea di affrontare un excursus lungo e complicato di sicuro non hanno aiutato. In piazza subì una ferita guaribile in sei giorni, ma a pesare fu il contraccolpo emotivo, psicologico. Ricordi difficili da rivivere anche a distanza di decenni. Il passare del tempo comunque le ha consentito di riaffrontare questo trauma con maggiore serenità. Ora è pronta». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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