Spiraglio Ius scholae: a Brescia oltre 33.360 studenti nel limbo

Sogni come i tuoi coetanei, ma poi ti trovi a pianificare percorsi di vita che non puoi intraprendere. O, almeno, non con facilità. Perché per partecipare alla tanto sognata gita scolastica fuori dai confini italiani la burocrazia diventa un groviglio troppo arzigogolato per i genitori che lavorano e che, in alcuni casi, non masticano perfettamente l’italiano. Perché hai compiuto finalmente 18 anni, ma ne devi aspettare altri tre, quattro o sette prima di ottenere la cittadinanza e allora per l’Erasmus non puoi partire.
Perché nel frattempo hai finito l’Università, ma sei ancora in attesa e senza quel documento agli ordini professionali non ti puoi iscrivere. È questa la posta in gioco quando si parla di giovani studenti senza cittadinanza italiana, perché figli di immigrati: quelli che vivono e frequentano le scuole nella nostra provincia sono 33.362 (8.734 vivono in città) e, tra loro, 22.958 sono nati a Brescia. Il 68,8%.
Opportunità
Adesso, per (quasi) tutti, il dibattito politico nazionale (solo il Parlamento, non i Comuni, ha infatti la competenza per cambiare davvero la normativa) apre uno spiraglio: si chiama Ius scholae, a proporlo come disegno di legge a Camera e Senato è Forza Italia e prevede di passare attraverso il sistema scolastico. Tradotto in pratica: prevede che un bambino nato in Italia o arrivato prima di avere compiuto 12 anni possa fare richiesta di cittadinanza dopo aver concluso due cicli scolastici (elementari e medie, oppure potrebbe sfociare nelle superiori: quanti anni scolastici debbano essere contati è ancora una questione aperta).
Ester - 32 anni, nata in Romania e cresciuta a Brescia- ha la stessa età della legge che è in vigore oggi, voleva fare un’esperienza all’estero nel periodo universitario ma non è potuta partire: «Era stata per me una grande delusione: ho frequentato la scuola insieme ai miei amici, mi sentivo parte di una comunità. Ma evidentemente non lo ero».
Come funziona ora
Attualmente, infatti, in Italia è in vigore lo Ius sanguinis («diritto di sangue»), un principio introdotto con una legge del 1992: prevede che un bambino è italiano solo se lo è almeno uno dei genitori. Diversamente, un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito in Italia, può chiedere la cittadinanza solo dopo essere diventato maggiorenne e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia «legalmente e ininterrottamente».
Eccolo, il problema principale dello ius sanguinis (quello con il quale si è trovata faccia a faccia Ester): esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici bambini e ragazzi nati e cresciuti in Italia e, soprattutto, lega la loro condizione a quella dei genitori, il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere, costringendo la famiglia a lasciare il Paese e compromettendo perciò la continuità di residenza richiesta dalla legge.
Lo Ius scholae, ora, riapre un dibattito e insieme un’opportunità. Restituendo fiducia alla scuola come palestra etica, in cui le classi (lo certificano i numeri) sono già multiculturali. E restituendo fiducia (forse) anche alle tante «piccole Ester».
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