Soprintendenza, torna Stolfi: Teatro romano e Pinacoteca i dossier

Se n’era andato dopo mesi di dibattiti su due dei grattacapi che più hanno fatto discutere la città. E adesso che si prepara a tornare a Brescia, entrambe le gatte da pelare sono ancora lì, nel limbo di un dibattito mai concluso: la ricollocazione (oppure no) in piazza Vittoria della statua del Dazzi intitolata all’Era fascista (alias: il Bigio) e il maxi progetto di riqualificazione della Pinacoteca Tosio Martinengo, avviato ma non ancora concluso (e con anni di polemiche incorporate, a partire dal lodo sulla cupola di vetro). Quello di Giuseppe Stolfi alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Brescia è un secondo «gran ritorno». L’incarico è stato ufficializzato la scorsa settimana e sarà operativo nei prossimi giorni: sarà lui il reggente ad interim, in tandem con Anna Maria Basso Bert.
Le esperienze precedenti
Quando Stolfi mise piede per la prima volta a Brescia era all’inizio della sua carriera da soprintendente: erano i primi anni Duemila e restò alla regia dei Beni ambientali e architettonici per una manciata di mesi, dal luglio del 2000 al 7 gennaio 2001. Dopo l’esperienza a Cosenza, Catanzaro, Crotone e Lucca, ecco il primo ritorno nella nostra provincia: correva l’anno 2015 e prese il testimone da Andrea Alberti. Nei suoi quattro anni bresciani promosse un progetto di «conservazione programmata» per i beni ecclesiastici del centro storico, sostenuto dalla Diocesi e dalla Fondazione Cariplo, con il contributo dell’Istituto Mnemosyne: un modello di gestione basato sulla manutenzione ordinaria e la cura diffusa, che univa restauro e territorio. Supervisionò anche il delicato restauro delle opere di Vincenzo Foppa alla Pinacoteca Tosio Martinengo, che fece in tempo a vedere inaugurata nella sua nuova veste, con i colori decisi (rosso cardinale, verde acido e blu pavone) a fare da sfondo alle opere del grande rinascimento bresciano. Poi, a dicembre del 2019, il trasferimento a Milano, a dirigere la Soprintendenza per Como, Lecco, Monza, Brianza, Pavia, Sondrio e Varese. Fino ad ora, con il secondo gran ritorno, ad interim, a Brescia.
I dossier

Quali i dossier che si troverà sulla scrivania? Sicuramente ci sarà il faldone relativo al Teatro romano, a partire dal capitolo degli scavi (il primo, guardando al cronoprogramma, ai blocchi di partenza con traguardo 2028 e già finanziato dal Ministero), fino ad arrivare al progetto firmato dall’archistar David Chipperfield, che dovrà ottenere il nullaosta. C’è poi qualche pratica relativa al Castello: un intervento in formato mini al Museo delle Armi, qualche «coda» del fascicolo relativo al nuovo ascensore (anche se il progetto generale ha già incassato la fumata bianca). Quindi, l’affaire Pinacoteca: il progetto prosegue, ma non è detto che la Loggia non tenti di riaprire la partita della copertura del cortile interno con una cupola in acciaio e vetro, soluzione osteggiata dall’ex soprintendente Luca Rinaldi. Come pure resta aperta la questione della tensostruttura provvisoria del museo di Santa Giulia, che andrebbe rimossa. Infine, l’immancabile «tormentone bresciano»: il futuro del Bigio e di quel basamento, in piazza Vittoria, diventato palco della Stele realizzata da Mimmo Paladino.
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