Crediti d’imposta inesistenti, lavori mai eseguiti e milioni di euro fatti transitare nei cassetti fiscali prima di essere ceduti a società ritenute in buona fede. La Corte dei conti della Lombardia ha condannato a risarcire al ministero dell’Economia un danno complessivo di 4 milioni e 560mila euro. «Una complessa ed insidiosa frode perpetrata ai danni dello Stato» la definiscono i magistrati. Tra le persone coinvolte ci sono soprattutto due bresciani: un 43enne residente a Vobarno e una 72enne residente in città. Nella vicenda compare anche una società con sede nel capoluogo, chiamata a rispondere di crediti fiscali per un milione e 292mila euro.
Le contestazioni
Secondo la ricostruzione della Corte, la società con sede a Brescia avrebbe ricevuto due cessioni di crediti legati al Sismabonus: una da 532mila euro e una da 760mila euro.Per i giudici, però, quei crediti non avevano alcun fondamento reale. Nel primo caso, il soggetto indicato come beneficiario non risultava proprietario o affittuario di immobili e non aveva concessioni o licenze edilizie. Nel secondo, il credito dichiarato era molto superiore a quello teoricamente ottenibile per l’unico immobile detenuto in locazione; anche in quel caso mancavano titoli edilizi. Il passaggio decisivo avveniva attraverso la piattaforma dell’Agenzia delle Entrate. L’inserimento delle operazioni, si legge nella sentenza, «attestava di fatto l’esistenza di tali crediti d’imposta nel cassetto fiscale» della società, rendendoli poi cedibili a terzi. Tra il 4 e il 15 giugno 2021, la parte prevalente dei crediti venne trasferita a un’altra società, considerata estranea alla frode e in buona fede.
Il 43enne residente a Vobarno risulta amministratore della società bresciana nel periodo in cui i crediti vennero trasferiti. Per la Corte dei Conti «la responsabilità deve essere necessariamente accertata nei suoi confronti» e che una «così rilevante movimentazione finanziaria» non poteva essere disposta senza la consapevolezza della sua «assoluta illiceità». Il 43enne è stato quindi condannato a rispondere, insieme agli altri soggetti coinvolti, di 1 milione e 292mila euro: 532mila per la prima operazione e 760mila per la seconda. La stessa cifra è stata addebitata alla società con sede a Brescia.
Diversa la posizione della 72enne residente a Brescia, che aveva amministrato la società fino al 24 maggio 2021 e aveva mantenuto quasi tutte le quote fino alla fine del giugno successivo. La Corte non ha ritenuto dimostrata una sua partecipazione diretta alla creazione dei crediti falsi. I giudici le hanno però contestato di non aver controllato ciò che avveniva all’interno della società. Secondo il provvedimento, la donna si sarebbe limitata a cedere le credenziali necessarie alla gestione, ma la mancata vigilanza sulle operazioni avrebbe mostrato una «gravissima negligenza» e avrebbe «concorso significativamente alla verificazione del fatto dannoso». La Corte ha applicato il limite del 20 per cento sulle somme contestate: 106.400 euro sulla prima operazione e 152mila euro sulla seconda, per un totale potenziale di 258.400 euro.




