Cronaca

Il sindaco di Betlemme: «Da Brescia un’amicizia che è linea di vita»

Maher Nicola Canawati, sindaco di Betlemme, in città per il Festival della pace, ha parlato delle difficoltà della quotidianità in Cisgiordania
Il sindaco di Betlemme, Maher Nicola Canawati
Il sindaco di Betlemme, Maher Nicola Canawati
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È un momento strano per parlare con lui: programmare è difficile, perché Betlemme – come l’intera Cisgiordania – è in un limbo che obbliga a pensare al presente come a qualcosa di fragilissimo e sospeso. Ed è questo che fa il sindaco Maher Nicola Canawati: amministra una città in apnea, che «trattiene il respiro» prima di iniziare un nuovo giorno. Lo fa affrontando crisi su crisi, cercando soluzioni a un’emergenza alla volta, rispondendo sempre a un telefono che squilla sempre, e mai per leggerezze. La presenza e la lucidità come unica forma possibile di resistenza istituzionale.

Sindaco, innanzitutto: come sta? Com’è oggi la vita quotidiana in Cisgiordania?

Come ogni padre e cittadino palestinese, mi sveglio ogni giorno con un misto di gratitudine e pesantezza nel cuore. Oggi in Cisgiordania la vita quotidiana è una continua negoziazione tra normalità e incertezza: le persone cercano di andare al lavoro, aprire i negozi, mandare i figli a scuola, ma sempre con un occhio alle notizie, ai checkpoint, alla possibilità di un’incursione o di una chiusura. Gli spostamenti sono fortemente limitati, l’economia è soffocata e molte famiglie vivono a uno stipendio, o a uno stipendio saltato, dalla disperazione reale. Eppure, in mezzo a tutto questo, si vede ancora un’incredibile resilienza: madri che insistono perché i figli continuino a studiare, giovani che fanno volontariato, chiese e moschee che aprono le porte a chi ha bisogno. Questa combinazione di sofferenza e speranza è ciò che oggi rappresenta la vita quotidiana in Cisgiordania.

Truppe israeliane in Cisgiordania - Foto Epa/Alaa Badarneh © www.giornaledibrescia.it
Truppe israeliane in Cisgiordania - Foto Epa/Alaa Badarneh © www.giornaledibrescia.it

Dall’annuncio della tregua, la situazione lì è davvero cambiata? In che modo?

La parola «tregua» suona pacifica, ma sul terreno, in Cisgiordania, la gente non sente davvero la pace. Sì, alla televisione forse si sentono meno bombardamenti, ma viviamo comunque sotto occupazione e, dalla cessazione delle ostilità a Gaza, abbiamo in realtà visto un aumento di incursioni, arresti e attacchi dei coloni in molte zone della Cisgiordania. Le strade sono spesso bloccate, l’economia resta paralizzata e le famiglie continuano a vivere nella paura, soprattutto di notte. Per molti, quindi, la tregua ha cambiato i titoli dei giornali, ma non la loro realtà. Ciò che manca non è solo una tregua tra eserciti, ma un vero percorso politico che garantisca dignità, libertà e sicurezza sia ai palestinesi sia agli israeliani.

Dal suo punto di vista, un cambiamento nella leadership israeliana, con l’uscita di scena di Netanyahu, potrebbe cambiare qualcosa per i palestinesi?

Per noi, il problema centrale non è solo un nome o un politico: è il sistema di occupazione, insediamenti e disuguaglianza che esiste da decenni sotto diversi governi israeliani. Certo, molti palestinesi sperano che un cambio di leadership in Israele possa aprire spazio politico, ridurre l’incitamento e portare nuove idee al tavolo. Ma la gente qui è anche molto cauta, perché ha visto cambiare i leader mentre la realtà quotidiana – i checkpoint, le confische di terre, la mancanza di libertà di movimento – restava la stessa. Quindi direi: un nuovo leader potrebbe fare la differenza se fosse davvero disposto a porre fine all’occupazione, rispettare il diritto internazionale e vedere i palestinesi come partner uguali in un futuro condiviso. Senza questo, cambiare volto non cambierà le nostre vite.

Il primo ministro israeliano Benjamin  Netanyahu - Foto Ansa/Epa/Abir Sultan
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu - Foto Ansa/Epa/Abir Sultan

Quali sono oggi i principali ostacoli che affronta nel suo lavoro di sindaco, sia amministrativi sia legati alla sicurezza?

Dal punto di vista amministrativo, stiamo cercando di gestire una città moderna con gli strumenti di una piccola cittadina sotto assedio. Il nostro bilancio è crollato perché il turismo è fermo da due anni, le attività locali sono in difficoltà e molti cittadini semplicemente non possono pagare le tasse comunali. Allo stesso tempo, dobbiamo comunque garantire acqua, elettricità, raccolta dei rifiuti, manutenzione delle strade, servizi sociali: tutti i fondamenti di una vita dignitosa. Dal punto di vista della sicurezza, gli ostacoli maggiori sono fattori che non controlliamo: chiusure militari, incursioni improvvise e violenze dei coloni in alcune aree della Cisgiordania, che creano paura e instabilità e a volte impediscono alle nostre squadre di raggiungere certe zone o di lavorare in sicurezza di notte. È molto difficile pianificare uno sviluppo a lungo termine quando, in qualsiasi momento, ci si può trovare davanti a una chiusura, un coprifuoco o nuove restrizioni imposte dall’esterno.

A Betlemme l’economia è in profonda crisi e la disoccupazione ha superato il 60%. Quali sono gli effetti più gravi sulla popolazione?

L’economia di Betlemme dipende in gran parte dal turismo – quasi l’80% del nostro reddito è legato a pellegrini e visitatori – quindi quando le visite si sono fermate a causa della guerra, l’impatto è stato catastrofico. Un tasso di disoccupazione oltre il 60% significa che quasi ogni famiglia ha qualcuno a casa senza lavoro. I genitori tagliano su cibo, medicine e spese scolastiche; i giovani sentono che il loro futuro è stato confiscato; i debiti aumentano e così anche lo stress psicologico.

Il turismo è sempre stato determinante per l'economia di Betlemme
Il turismo è sempre stato determinante per l'economia di Betlemme

C’è ancora difficoltà a reperire l’acqua?

Sì, abbiamo ancora gravi problemi strutturali: Betlemme non controlla le proprie risorse idriche, quindi dipendiamo da quote limitate, da infrastrutture obsolete e da decisioni politiche spesso fuori dalla nostra competenza. Nei mesi estivi, in particolare, alcuni quartieri ricevono acqua solo per pochi giorni alla settimana, il che è umiliante nel XXI secolo. Il diritto all’acqua non dovrebbe essere uno strumento politico.

Le comunità cristiane locali stanno riscontrando pressioni?

La nostra comunità cristiana è piccola ma storicamente molto significativa: è la comunità che custodisce la memoria del luogo di nascita di Cristo da 2.000 anni. Oggi i cristiani di Betlemme e dintorni affrontano le stesse sfide economiche e di sicurezza di tutti i palestinesi, ma con una paura in più: che, se le cose continueranno così, la nostra presenza possa lentamente scomparire. Molte famiglie cristiane dipendono direttamente dal turismo – hotel, negozi di souvenir, guide, intaglio del legno d’ulivo – e due anni senza pellegrini le hanno portate sull’orlo del baratro.

C’è una nuova ondata di emigrazione?

Stiamo vedendo nuove pressioni verso l’emigrazione, soprattutto tra le giovani coppie che cercano stabilità per i loro figli. Per questo stiamo facendo un appello al mondo: se volete che Betlemme resti una città cristiana viva e non solo un museo, dovete aiutarci a mantenere la gente qui, attraverso lavoro, borse di studio e sostegno concreto.

Quest’anno Betlemme torna a celebrare il Natale dopo due anni di sospensione: cosa significa questa riapertura per la città e i suoi abitanti?

Per noi, riaccendere le luci in Piazza della Mangiatoia non è solo un evento: è un atto di fede e resistenza. Dopo due Natali in silenzio a causa della guerra a Gaza, abbiamo deciso che quest’anno dobbiamo mandare un messaggio diverso: che la luce di Betlemme non può essere spenta per sempre. La riapertura delle celebrazioni significa lavoro per centinaia di famiglie, speranza per i commercianti e i lavoratori degli hotel e un momento di gioia per i nostri bambini, che sono cresciuti vedendo più soldati che Babbi Natale. Spiritualmente, è un modo per ricordare al mondo che il messaggio del Principe della Pace non era astratto: è nato proprio qui, in una piccola città occupata che oggi continua a invocare giustizia e pace. Quindi questo Natale, ogni luce che accendiamo è una preghiera per il nostro popolo e per tutti coloro che soffrono in questa terra.

Un passato Natale nella Basilica della Natività a Betlemme
Un passato Natale nella Basilica della Natività a Betlemme

I pellegrinaggi religiosi stanno riprendendo? Con quali limitazioni e che significato hanno per la comunità?

Sì, i pellegrinaggi stanno riprendendo, ma lentamente e con molte limitazioni. Le agenzie di viaggio sono caute, i costi delle assicurazioni sono più alti e molti pellegrini hanno paura quando vedono immagini di guerra e checkpoint in televisione. Chi arriva spesso affronta ritardi ai valichi e una forte presenza militare, che può essere scioccante per chi si aspetta solo un’esperienza spirituale. Eppure, per noi, ogni pellegrino che sceglie di venire adesso è un segno di solidarietà, non solo un turista. La loro presenza porta sollievo economico, ma anche sostegno morale, perché dice alla nostra gente «non siete dimenticati, siamo con voi». Per i cristiani locali, celebrare la Messa con i pellegrini nella Basilica della Natività, dopo così tanto silenzio, è profondamente commovente: sembra che il cuore della città torni a battere.

E per quanto riguarda il turismo in senso più ampio (religioso e culturale), ci sono segnali di ripresa o la situazione resta stagnante?

Vediamo i primi segnali, molto fragili, di ripresa: qualche autobus davanti alla Basilica della Natività, alcuni hotel che riaprono parte delle camere, negozi di souvenir che riaccendono le luci dopo mesi di buio. Ma siamo ancora molto lontani dai livelli del 2019, quando Betlemme accoglieva oltre un milione di visitatori all’anno. Molte attività hanno esaurito i risparmi, i dipendenti se ne sono andati o sono emigrati e alcuni negozi non riapriranno più. Il rischio è che, se la situazione politica e di sicurezza non si stabilizza, questa piccola ripresa morirà prima di poter crescere. Ora abbiamo bisogno non solo di pellegrini, ma anche di delegazioni culturali, università, scambi giovanili e partnership di lungo periodo che investano in Betlemme come luogo di cultura, creatività e innovazione, non solo come tappa di tre ore durante un tour.

Rony Tabash, un arabo cristiano di Betlemme che vende presepi fatti con il legno d'ulivo, rosari e icone, Betlemme
Rony Tabash, un arabo cristiano di Betlemme che vende presepi fatti con il legno d'ulivo, rosari e icone, Betlemme

Le città gemellate, tra cui Brescia, stanno fornendo un sostegno concreto?

La nostra rete di città gemellate è uno dei tesori più grandi di Betlemme: abbiamo più di 109 gemellaggi in tutto il mondo, circa 40 dei quali con città italiane, e Brescia è tra quelle che hanno dimostrato una vera amicizia negli anni. Queste relazioni non sono solo protocolli e bandiere; in momenti difficili come questo diventano linee di vita. Alcune città ci aiutano con progetti umanitari, borse di studio per studenti, sostegno agli ospedali o ai centri sociali; altre sensibilizzano nei loro parlamenti, nelle chiese, nei media, dando voce a Betlemme quando qui ci sentiamo senza voce.

Quanto sono importanti queste relazioni, simbolicamente e praticamente?

Simbolicamente, il gemellaggio dice alla nostra gente che Betlemme non è isolata: apparteniamo a una famiglia globale che crede nella pace, nel dialogo e nella dignità umana. Concretamente, ogni partnership che finanzia un parco giochi, un progetto culturale, una pompa dell’acqua o una piccola impresa è una ragione in più per una famiglia per restare, un mattone in più nella casa della speranza che stiamo cercando di ricostruire.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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