«Al cimitero non abbiamo più trovato papà: ora abbiamo l’urna a casa»

A Brescia suo padre lo conoscevano tutti. Araldo Ragnoli, il vigile motociclista con i baffi, è stato una figura iconica della nostra città. Quando era scomparso, nel 2013 dopo un periodo di malattia, i figli e la moglie avevano seguito le sue volontà e fatto tumulare la salma al cimitero di San Bartolomeo dove, fino allo scorso dicembre, era restata dietro una lapide che avevano fatto disegnare secondo una idea precisa, una frase dei familiari e una stella alpina scolpita nel marmo.
Con una lunga lettera che è stata pubblicata sull'edizione del Giornale di Brescia di mercoledì 8 aprile, Maurizio Ragnoli, uno dei figli, racconta la disavventura che la sua famiglia ha vissuto e lancia un accorato appello al Comune, di cui anche lui come il padre e il fratello Primo è dipendente nel settore Polizia Locale, perché cambi un regolamento che ritiene ingiusto.

«La concessione era scaduta, ma noi non lo sapevamo, nessuno ce lo aveva detto. Quando siamo andati al cimitero abbiamo trovato il loculo vuoto. Abbiamo poi scoperto che la salma era stata spostata in un magazzino e la nostra lapide smaltita come un rifiuto». Non solo. «Ci hanno spiegato che avremmo potuto, pagando, far ritumulare la salma e rifare la lapide ma papà sarebbe stato posizionato in un altro luogo perché nel frattempo il loculo era stato assegnato ad un’altra famiglia. A quel punto abbiamo deciso di farlo cremare e ora mamma lo tiene in casa».
La norma
A provocare prima lo sgomento e la preoccupazione e poi l’amarezza della famiglia Ragnoli è stato il regolamento comunale dei servizi cimiteriali: «Nel momento del funerale avevamo mille pensieri e non abbiamo fatto caso al fatto che la concessione fosse di 10 anni. Ci aspettavamo, come capitato in passato ad altri nostri familiari, che ci arrivasse una comunicazione preventiva e che avremmo quindi potuto rinnovarla». Ma non è andata così.
«La segretaria dell’ufficio mi spiega che era scaduta la concessione e quindi avevamo perso il posto. Loro lo hanno segnalato all’albo pretorio e sulla lapide doveva essere esposta una striscia, con la scadenza della concessione. Siccome noi non l’abbiamo mai vista, chiedo se hanno un’immagine di tale comunicazione, altrimenti ci saremmo attivati di conseguenza.
Chiedo al telefono a qualcuno e mi dice che le foto della lapide con la comunicazione di solito le fanno, mi farà sapere. “Se vuole può ritumularlo, ma deve pagare”. “Nessun problema, si può rimettere dov’era?” chiedo. L’addetto guarda lo schermo del computer e mi dice “No perché è già stato assegnato ad altri”. Chiedo: “E la lapide con la foto, la letterina e il disegno delle nipoti appoggiate sui resti del nonno”. Risponde: “Quella è stata smaltita come rifiuto, gli addetti l’hanno buttata via. Se vuole può…” e mi spiega varie soluzioni facendo il nome di mia mamma come intestataria della concessione.

Chiedo se può dirmi che dati ci sono sulla scheda che sta guardando, la persona intestataria della concessione, nome e cognome, residente, tutto giusto. Chiedo: “Non potevate comunicare alla persona di cui avete tutte le credenziali la scadenza della concessione?”. Risponde: “Noi non comunichiamo con i familiari dei defunti da regolamento comunale. Cercheremo la foto della comunicazione sulla lapide”. Tale immagine non è stata trovata».
Un regolamento «ingiusto»
La lettera di Ragnoli racconta poi lo sgomento della famiglia che si è trovata a fare i conti con un regolamento che trova ingiusto: «Noi siamo gente comune che ha ancora il numero di telefono fisso, quel numero che prima della privacy era presente sulle pagine bianche, persone che regolarmente, certo non tutti i giorni ma saltuariamente si recano al cimitero a dire una preghiera ai nostri defunti. Nemmeno se ti scade la patente le regole sono così severe, al giorno d’oggi che tutto è telematico, schedato in qualche angolo di memoria, che ha bisogno di notifiche, Spid, CIE, ecc. Assurdo!
Queste regole devono cambiare; se poi dopo un iter diverso dall’attuale nessuno si presenta agli uffici preposti per reclamare quanto comunicato, allora potrebbe essere anche giusto fare ciò che è stato fatto. Ma così non va bene! Chiediamo a chi di dovere di cambiare il regolamento in modo da non far passare ad altre famiglie la paura della profanazione, lo sgomento dell’apprensione di regole non in linea con i nostri tempi, regole che al momento dei funerali sono l’ultimo pensiero dei familiari dei defunti».
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