Cronaca

Procreazione assistita, ogni anno a Brescia 350 bambini nascono così

Sono 4 bambini su 100: ora la Pma è nei Lea, ma in Lombardia il Sistema copriva già molte spese
Un bambino appena nato © www.giornaledibrescia.it
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I più credono che sia «colpa» delle donne (quando in realtà i problemi di infertilità riguardano al 50% anche gli uomini) e danno per scontato che basti una cura per raggiungere l’obiettivo. Non sanno che il percorso di Procreazione medicalmente assistita (Pma) è fatto di attese, esami, pastiglie, punture, interventi, monitoraggi. E poi ancora attese, altri esami, altre pastiglie... Perché gli elementi da combinare alla perfezione sono tantissimi. E non sempre facili, appunto, da incrociare.

In Lombardia

Fortunatamente in questo campo la Lombardia offre grandi opportunità. Qui – stando al registro nazionale dell’Istituto superiore di sanità (Iss) – ci sono 52 centri pubblici e privati specializzati in tecniche di Pma di primo, secondo e terzo livello dei 312 disponibili in tutta Italia.

Sette si trovano nel Bresciano, dove proprio grazie alla Procreazione assistita nascono quattro bambini su cento: 349 sono le gravidanze con Pma del 2023 (rispetto a un totale di 8.788 nascite), 353 quelle dell’anno prima, 271 quelle del 2021 e 256 quelle del 2020 su un totale di 9.177 nati. Se prima del 2015, infatti, la percentuale di vite sbocciate grazie a queste tecniche era inferiore all’1,5% negli anni successivi c’è stato un aumento. Poi la pandemia ha imposto una contrazione. E la ripresa è iniziata nel 2022.

Cosa cambia

Considerato il diffondersi dei problemi di infertilità (legati anche al fatto che si inizi a cercare la prima gravidanza sempre più tardi), dopo anni di polemiche relative alle disparità territoriali del Paese, dal primo gennaio la Pma è stata inserita nei Lea (Livelli essenziali di assistenza), l’elenco delle prestazioni che le Regioni sono obbligate a fornire ai cittadini gratis o dietro pagamento di un ticket. Altrove in Italia, dove si pagava anche più di 5mila euro a ciclo, la novità è significativa. In Lombardia – terra da sempre meta anche di coppie di casa in altre regioni – no: qui il Sistema sosteneva già buona parte delle spese.

Ora l’inserimento nei Lea uniforma le cose. E impone nuove regole: le donne possono accedere ai trattamenti fino a 46 anni e sono consentiti al massimo sei tentativi per coppia. «Il limite d’età prima non c’era, ma non si andava comunque sopra i 43 anni – spiega Carlo Gastaldi, responsabile dell’Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Istituto clinico Città di Brescia –. Del resto già a 40 anni le possibilità di successo sono attorno al 10-12%. E a 41 scendono al 6-8%. Le cellule uovo sono, infatti, presenti nella donna in numero limitato e nel tempo subiscono due fenomeni: si riducono e invecchiano. A 40 anni è quindi normale che soltanto una donna su 10 abbia una riserva ovarica valida dal punto di vista numerico e qualitativo. Ecco perché sarebbe meglio cercare di avere figli un po’ prima».

Orologio bioligico

L’orologio biologico cambia dopo i 35 anni: «Una coppia su dieci in età riproduttiva – spiega – ha difficoltà a concepire. Più l’età avanza, più il problema aumenta. Se la gravidanza non arriva dopo un anno di ricerca spontanea (un anno e mezzo se si ha meno di 35 anni) il mio consiglio è quello di rivolgersi a uno specialista di infertilità. Sottovalutare la questione comporta solo una perdita di tempo e il tempo, in questo campo, è proprio il peggior nemico».

Anche perché ci sono esami da fare e tempi d’attesa di 3-4 mesi per un ciclo di fecondazione assistita. «Il test più semplice, che si può fare anche a 20 anni, è l’esame del sangue per la ricerca dell’ormone antimulleriano, che offre una fotografia della riserva ovarica. Gli uomini possono, invece, verificare la propria salute riproduttiva sottoponendosi all’esame del seme». 

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