Più burocrazia, meno autonomia locale: la battaglia sul nuovo Codice della strada
C’è chi l’ha già ribattezzata «la riforma pro auto», chi l’ha bollata come «la norma anti ciclisti», chi declassa in partenza il provvedimento a «intervento copertina», chi lo chiama «codice della strage» perché «snobbare gli appelli dei familiari delle vittime, significa snobbare i troppi morti per incidenti che potevano essere evitati». Di certo c’è che il nuovo Codice della strada ha risvegliato con l’attenzione collettiva su uno dei temi ricorrenti nelle cronache di tragedie ancora troppo frequenti, ma spesso accantonato subito dopo il clamore: la necessità di poter guidare, pedalare o passeggiare sulle strade in piena sicurezza e nel rispetto di tutti gli utenti.
Insomma, la riforma proposta dal Ministero dei Trasporti non è ancora entrata in vigore, ma ha già trascinato con sé una matrioska di proteste che unisce ambientalisti, attivisti, parenti delle vittime, sindaci e opposizioni. Agli appelli a suon di video pubblicati sui social, ai presidi e alle manifestazioni si sono aggiunti mail bombing e centinaia di telefonate da tutta Italia alla Camera dei deputati per chiedere di «mettere in pausa la discussione sul Codice». Nessuna retromarcia però – per il momento – da parte del Governo: dopo la battaglia serrata di ieri sugli emendamenti (la gran parte respinti), oggi è previsto il voto alla Camera, cui seguirà l’esame del provvedimento al Senato.
Per gli automobilisti
Ma quali sono le misure che – secondo chi protesta – «strizzano l’occhio» agli automobilisti? L’elenco è abbastanza lungo. Si va dall’innalzamento dei limiti di potenza dei mezzi guidati dai neopatentati allo snodo dei rilevatori per il controllo della velocità. Nello specifico, se un automobilista supera i limiti di velocità più volte nell’arco di un’ora sullo stesso tratto stradale dovrà pagare solo la sanzione più alta aumentata di un terzo (ora, invece, le sanzioni sono cumulabili). Lo stesso principio viene applicato alle Zone a traffico limitato (Ztl): se si procede con più accessi nella stessa Ztl nell’arco della stessa giornata, sarà sufficiente pagare una sola multa. Non solo. Per chi intende utilizzare i rilevatori di velocità, la burocrazia si complica: subentra infatti l’obbligo di compiere «verifiche periodiche di funzionalità e di taratura» su tutti i dispositivi installati.
Piste ciclabili
A fare infuriare maggiormente i ciclisti sono però altri capitoli del Codice della strada. Per realizzare le piste ciclabili, ad esempio, bisognerà rispettare alcune nuove condizioni. Quali? Non si sa: a stabilirlo sarà un decreto del ministero dei Trasporti che dovrebbe essere emanato «entro due mesi dall’entrata in vigore della legge». Oltre alle riserve sul rispetto dei tempi, chi si muove in sella teme che questa parentesi di incertezza inceppi il lavoro dei Comuni nella realizzazioni delle corsie riservate alle biciclette, perdendo in alcuni casi anche i fondi legati al cronoprogramma del Pnrr.
A dover essere cancellate sono poi le cosiddette «case avanzate». Cosa sono? A Brescia si contano sulle dita di una mano, ma l’esperienza è positiva. Si tratta degli spazi riservati ai ciclisti negli incroci regolati dai semafori per consentire loro la svolta a sinistra in sicurezza: qualche metro davanti alla linea d’arresto delle auto in cui le bici possono aspettare che il semaforo diventi verde e, in sostanza, partire prima delle auto.
La riforma rimpiazza queste aree con «zone di attestamento ciclabile», che però potranno essere realizzate solo su strade con limite di velocità di 50 e sulle quali è già presente una ciclabile. Il nuovo Codice «si mangia» anche l’obbligo per gli automobilisti di dare la precedenza ai ciclisti: dovranno solo «prestare particolare attenzione».
Sulla velocità
Resta il fatto che il nuovo Codice della strada non recepisce le linee guida europee: la raccomandazione, espressa in modo cristallino, puntava a innescare interventi per ridurre la velocità (prima causa di incidenti mortali) su strade extraurbane e urbane. Nelle nuove regole, però, non questo indirizzo non c’è.
Ci sono, è vero, contravvenzioni più severe per chi non rispetta i diktat: aumentano i punti sottratti dalla patente per chi non rispetta i limiti, per chi passa col rosso o viaggia contromano. Ma è altrettanto vero che per i Comuni sarà più complicato rilevare le infrazioni e attuare una programmazione nel segno della sostenibilità: si complica, ad esempio, l’iter per installare rilevatori di velocità (vietati nelle zone 30), gli enti locali dovranno giustificare, caso per caso, la decisione di introdurre limiti inferiori ai 50 km/h, dovranno attendere il decreto ministeriale per capire se, come e dove realizzare piste ciclabili e per estendere le Ztl.
Insomma, si moltiplica la burocrazia e, soprattutto, si inaugura una politica più centralistica. Non proprio in linea con il concetto di autonomia.
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