Richieste e proteste: da Brescia più di 300 petizioni in cinque anni

Dai diritti alle esigenze quotidiane: la nostra provincia firma e vuole contare, non essere semplice spettatrice
Dopo la mobilitazione, gli agricoltori danneggiati dalla Caffaro non pagano più l'Imu sui campi avvelenati - Foto Pierre Putelli/Neg © www.giornaledibrescia.it
Dopo la mobilitazione, gli agricoltori danneggiati dalla Caffaro non pagano più l'Imu sui campi avvelenati - Foto Pierre Putelli/Neg © www.giornaledibrescia.it
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C’è chi pensa che sia come lanciare un messaggio in bottiglia nel mare del silenzio istituzionale; chi preferisce andare «alla vecchia» con carta e penna, chi predilige la diffusione agile del web. In ogni caso, lo strumento delle petizioni sopravvive e – a volte in silenzio, altre con ostinazione, clic dopo clic – i cittadini continuano a sollecitare le istituzioni. In particolare, dalla nostra provincia – negli ultimi cinque anni – ci hanno provato con oltre trecento istanze «made in Brescia», di cui poco più di duecento digitali: un tappeto civile di richieste, memorie, rivendicazioni e piccole esigenze quotidiane. Un po’ come a dire: la democrazia non si osserva, si pratica, continuando a tentare anche quando il risultato non è facile da raggiungere o, il più delle volte (non sempre a torto, ovviamente), non arriva.

Radiografia urbana

Dalla cancellazione dell’Imu al Pierino Antonioli simbolo dell’eredità ingiusta lasciata dalla ei fu Caffaro Chimica, all’appello gentile di chi chiede una finestra temporale più ampia per esporre la spazzatura (che non ha avuto un gran successo, per la verità: solo sei le firme raccolte finora dal 18 marzo di quest’anno), fino alle firme per bloccare la realizzazione dell’ascensore in Castello, dalle più ricorrenti (sui trasporti) a quelle che puntano sull’attualità (5G, tassa di soggiorno, qualità dell’aria) o sui diritti (come chi chiede «uno spazio accogliente per i riders» o «un impegno contro la guerra»): le petizioni bresciane sono una radiografia dell’anima urbana. Raccontano ciò che non sempre arriva sulle scrivanie del potere, ma che ribolle sotto.

I terreni inquinati

Qualcuna, come quella sull’Imu che Pierino Antonioli ed altri contadini erano stati costretti a pagare sui terreni inquinati dalla Caffaro e non più utilizzabili, ha smosso davvero le acque: oltre duemila firme (1.913 solo quelle raccolte online) e il lavoro della rete Basta veleni sul territorio (con manifestazioni partecipate, presìdi e appelli costanti) sono serviti eccome. Un caso raro, a dire il vero. Altre, come il grido «basta stragi di civili e discriminazioni etniche» (26.390 sostenitori), l’appello «un voto per il clima» (invocato da 223.110 persone) o la sottoscrizione «contro la precarizzazione dei giovani ricercatori e i tagli alla ricerca» (7.811 i sottoscrittori) o «per un fisco giusto» (2.796) agiscono nella sfera simbolica: firmare non cambia il mondo, ma cambia il modo di starci dentro.

Le incompiute

Poi ci sono le grandi incompiute, che posizionano il radar su questioni iper territoriali. Una carrellata: un servizio ferroviario in tutte le stazioni fra Brescia e Verona (1.454 firme), il rilancio del Museo di Scienze naturali (2.068 firme), lo stop all’aumento della tassa di soggiorno per le locazioni turistiche (1.062), più ciclabili (662 firme), una pietra d’inciampo per le vittime dell’Inquisizione (500 firme), uno skatepark a Mompiano (25 sostenitori), 1000 Miglia patrimonio Unesco (2.691), liberare la Valcamonica dai veleni (2.918 firme), classi scolastiche più snelle anziché meno classi (2.200), proteggere la zona collinare dall’edificazione selvaggia (46), eliminare il busto celebrativo di Mussolini dal Museo del Risorgimento (496 sottoscrizioni).

Dall’agorà al clic

In un’Italia dove la partecipazione politica si è fatta liquida, intermittente, Brescia si comporta da laboratorio, non rassegnandosi. Chi appoggia la causa spesso conosce il problema da vicino. E la firma non è un gesto effimero, ma una dichiarazione d’intenti, una prova di comunità. Ma chi governa sa leggere questi segnali? Le petizioni sono termometri civici: misurano le temperature sotto traccia, quelle che i sondaggi non colgono. Un’amministrazione che ascolta solo chi urla rischia di perdere il filo della città che pensa.

È qui che il passato torna utile, senza retorica: la petizione, per quanto digitale, è una forma moderna di agorà, un luogo in cui la polis si riconosce e si racconta. Nell’antica Grecia si parlava tra colonne e marmo, oggi si clicca in pigiama ma il principio è identico: parlare non solo per contare qualcosa, ma per contribuire. Il web ha illuso che la democrazia diretta potesse correre veloce. La stagione politica inaugurata dal Movimento 5 stelle aveva provato a fare della democrazia diretta un metodo di governo, più che un’istanza di pressione. Ma oggi, mentre quelle esperienze si ripiegano su se stesse, restano i cittadini: fuori dai partiti, lontani dai palazzi, continuano a firmare petizioni.

Non solo grandi cause

C’è qualcosa di nobile nel firmare una petizione per chiedere più trasporto pubblico. Per difendere una collina, una memoria, una visione della città. A Brescia si firma anche per l’ordinario, perché l’ordinario è la sostanza della vita urbana. E forse è proprio questa la misura più onesta della partecipazione: non firmare solo per le grandi cause, ma anche per vivere meglio la quotidianità esercitando una forma di democrazia meno strillata, più sottile. Come quei clic che si sommano e – a volte – costringono chi amministra a cambiare rotta. O almeno ad ascoltare.

Perché una città che firma non è una città che si lamenta: è un territorio che vuole esserci. E che non accetta che la distanza tra il cittadino e le istituzioni sia sempre e solo un vuoto da riempire con sfiducia. Ecco: Brescia firma. E in quel gesto minuscolo c’è ancora tutto il senso antico – e modernissimo insieme – della politica: essere parte, non spettatori.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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