La lite, covata da giorni, ma non ancora maturata, gli sfugge di mano in poche battute. I capelli della madre gli finiscono in un lampo tra le dita. Li tira. Li strappa. Poi la colpisce. La trascina dal salotto alla cucina; dalla cucina al balcone. La spinge, la fa cadere. Poi le salta sopra a piedi pari, tenendosi saldo alla ringhiera del terrazzino. Poi si china su di lei. La afferra di nuovo per i capelli, le sbatte prima la testa contro il muro, poi almeno tre volte di fila anche sul pavimento. Fa tutto sotto gli occhi di tre, se non quattro testimoni esterrefatti. Insensibile allo strazio della madre. Sordo alle urla e alle imprecazioni della moglie, spettatrice impotente della scena, ma anche dei vicini di casa che, dal balcone a fianco, ma anche della strada, lo supplicano di smetterla, quel pomeriggio fa tutto nel volgere di pochi interminabili secondi.
Si ferma solo quando, richiamato dal frastuono, chi ha condiviso per decenni con lui il pianerottolo riesce ad entrare nel suo appartamento, a staccarlo dalla madre, a farlo uscire dalla bolla di rabbia nella quale sembra sospeso dalla realtà. A questo punto molla la presa, si siede sul divano e attende i carabinieri. Mentre la mamma Nerina esala il suo ultimo respiro in ospedale, lui, Ruben Andreoli, finisce in cella.




