Mamma uccisa a calci e pugni: «Ruben le saltava sopra a piedi uniti»

La lite, covata da giorni, ma non ancora maturata, gli sfugge di mano in poche battute. I capelli della madre gli finiscono in un lampo tra le dita. Li tira. Li strappa. Poi la colpisce. La trascina dal salotto alla cucina; dalla cucina al balcone. La spinge, la fa cadere. Poi le salta sopra a piedi pari, tenendosi saldo alla ringhiera del terrazzino. Poi si china su di lei. La afferra di nuovo per i capelli, le sbatte prima la testa contro il muro, poi almeno tre volte di fila anche sul pavimento. Fa tutto sotto gli occhi di tre, se non quattro testimoni esterrefatti. Insensibile allo strazio della madre. Sordo alle urla e alle imprecazioni della moglie, spettatrice impotente della scena, ma anche dei vicini di casa che, dal balcone a fianco, ma anche della strada, lo supplicano di smetterla, quel pomeriggio fa tutto nel volgere di pochi interminabili secondi.
Si ferma solo quando, richiamato dal frastuono, chi ha condiviso per decenni con lui il pianerottolo riesce ad entrare nel suo appartamento, a staccarlo dalla madre, a farlo uscire dalla bolla di rabbia nella quale sembra sospeso dalla realtà. A questo punto molla la presa, si siede sul divano e attende i carabinieri. Mentre la mamma Nerina esala il suo ultimo respiro in ospedale, lui, Ruben Andreoli, finisce in cella.
L’udienza
Il 46enne magazziniere della Franke con la passione per i rally ed il running ci è uscito per la prima volta ieri, dopo un anno e una settimana. Lo ha fatto per assistere alla prima udienza del processo a suo carico per l’omicidio della madre, ed aver appreso dalla voce dei primi testimoni chiamati davanti alla Corte d’assise dal pubblico dal pm Ettore Tisato l’agghiacciante sequenza della quale ora è chiamato a rispondere, ma che, da allora, dice di non ricordare, di non saper descrivere.
Il racconto dei testimoni
«Gli urlavo dalla strada di smetterla, ma lui sembrava non sentire», ha spiegato al presidente Roberto Spanò un meccanico d’auto in pensione che attorno alle 18.30 del 15 settembre dello scorso anno si trovava in via XXIV maggio a Sirmione, proprio sotto il balcone dove si è consumato il brutale omicidio. «Lei era sdraiata pancia sotto – ha proseguito il testimone –, non si muoveva. C’era sangue ovunque, colava dal balcone sulla tenda parasole aperta a pian terreno».
«Dopo essere intervenuto ed essere riuscito a staccarlo dalla madre – ha spiegato il poliziotto in pensione che abita sullo stesso pianerottolo di madre e figlio –, Ruben si è calmato ed è venuto a sedersi sul divano. Era disarmato. Sua moglie continuava a chiedergli perché, cosa avesse fatto. Nerina era a terra, a me sembrava morta. Sono quando mi sono avvicinato a lei ho capito che respirava ancora, rantolava».
Un perché, se c’è, ancora non è chiaro. «Un’amica della Nerina – ha detto ieri in aula un’altra vicina di casa – qualche giorno dopo l’omicidio mi ha raccontato che la signora aveva litigato con il figlio perché voleva andarsene in Ucraina (Paese di origine della moglie, ndr) e portarsi via i soldi». Andreoli a questo punto salta sulla sedia, interviene, e lo fa scompostamente. La ricostruzione non gli piace. Ancora meno gli piace la fonte dalla quale proviene. «Quella signora – dice prendendo la parola – non era amica di mia mamma. Si vedevano forse una volta al mese. Mia mamma diceva che chiacchierava troppo, la chiamava “Gazzettino”».
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