Cronaca

Nel Bresciano 1.400 senzatetto, ora un piano per prendersene cura

L’idea del vescovo accolta e sviluppata da un gruppo di enti e istituzioni: «Nessuno resti indietro»
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Verso gli ultimi «Insieme per la cura»

C’è chi si riscalda avvicinando le mani alle grate sull’asfalto, chi si protegge dal vento tra un muro e una saracinesca, chi rimedia coperte per non morire di freddo. A Brescia i senzatetto sono più di 1.400: come un paese. Sono di città e provincia ma arrivano anche da Milano, Verona, Padova. Ci sono italiani e ci sono stranieri. Sono anche minorenni. Ogni mese, ogni anno sembrano aumentare.

Una situazione drammatica che si può arginare soltanto facendo squadra, unendo impegno, forze e professionalità. Ed è questo, in estrema sintesi, il progetto «Insieme per la cura» che punta a farsi carico delle necessità medico/sanitarie dei senza fissa dimora, ma non solo: vuole, appunto, prendersi cura di loro da ogni punto di vista, per far sì che non si sentano degli invisibili.

In campo

L’idea è del vescovo Pierantonio Tremolada, idea che è poi diventata un progetto concreto grazie all’impegno di molti, eccoli: Acli provinciali;Ats di Brescia; Fondazione Opera Caritas San Martino, braccio operativo di Caritas diocesan; Associazione Casa Betel 2000; Kemay; Comune di Brescia; Congrega della Carità Apostolica; Congregazione Suore Ancelle della Carità; Diocesi; Fondazione Poliambulanza; Provincia Lombardo Veneta - Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio Fatebenefratelli a cui afferisce l’Irccs Centro San Giovanni di Dio e il Villaggio di San Giovanni di Dio ramo onlus con sede a Brescia; Società San Vincenzo De Paoli. Un elenco lungo, ma da riportare interamente per dare la misura dello sforzo messo in campo.

«Insieme per la cura – ha detto il vescovo Tremolada – è il frutto di un lavoro fatto con serietà e passione, rappresenta concretamente la carità della Chiesa. Offriamo qualcosa di molto prezioso alla nostra comunità». Un progetto, ha spiegato il pastore della Chiesa bresciana, che sarà una delle opere simbolo del prossimo Giubileo che papa Francesco aprirà ufficialmente la vigilia di Natale. L’obiettivo, ha sottolineato ancora il vescovo, è chiaro: nessuno deve essere lasciato indietro. Il protocollo d’intesa nasce «per contrastare la crescita di situazioni sempre più diffuse di marginalità, sociale e sanitaria, attraverso interventi a medio termine».

Obiettivi

L’iniziativa è stata presentata nei dettagli da Marcellino Valerio, direttore generale della Fondazione Poliambulanza, e da Renzo Baldo, direttore generale Irccs Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli. Tre i principali obiettivi del protocollo: migliorare l’accesso ai servizi sanitari e socio-assistenziali delle persone senza fissa dimora in condizioni di fragilità sociale, fornendo degli interventi di primo livello nelle sedi ospitanti le persone e, dove necessario, presso gli enti erogatori; creare un sistema di supporto integrato che garantisca continuità assistenziali post-ospedalizzazione; promuovere la collaborazione e la comunicazione tra le strutture ospedaliere, i servizi sociali, le organizzazioni non-profit e le istituzioni locali.

Secondo i dati Istat del 2021 i senza tetto, tra città e provincia, sono 1.441, ma chi opera sul campo stima che siano anche di più, vista soprattutto la crescita degli ultimi anni. A impressionare, tra i tanti aspetti tutti ovviamente drammatici, è il fatto che ad aumentare siano anche i minori, se ne stimano ben 245. Ancora, l’età media è di 42 anni, ed anche se è un dato in crescita (come per tutta la popolazione), va detto che l’aspettativa di vita dei senza tetto è di trent’anni inferiore rispetto alla media.

Riferimento

Giovanna Ghitti è stata nominata «case manager», a lei verranno fatte le segnalazioni, poi avrà il compito di valutare la richiesta, attivare i professionisti necessari e indicare il percorso più adeguato alle persone prese in carico. La previsione è di raggiungere quasi un centinaio di bisognosi l’anno. Le parti si riuniranno almeno ogni sei mesi per valutare ed esaminare l’andamento del progetto e, in caso di necessità, apportare modifiche al protocollo.

Secondo lo studio alla base del progetto, il 57% di chi si rivolge a strutture di accoglienza locali (Rifugio Caritas, Mensa Menni, Casa Betel, Villaggio San Giovanni di Dio Fbf, Società San Vincenzo De’ Paoli) presenta anche problematiche sanitarie, fisiche e/o mentali, e per le quali sono necessarie cure mediche, infermieristiche e/o psichiatriche.

E non è finita, le persone senza dimora dimesse dagli ospedali necessitano di un’assistenza sanitaria che ricoveri notturni o strutture residenziali non riescono a gestire; mentre chi vive in strada e non ha permessi regolari di soggiorno o di residenza è restio, in caso di bisogno, a rivolgersi agli ospedali.

Le difficoltà a far quadrare i conti sono sempre più marcate, certo non tutti finiscono in mezzo alla strada, ma aumenta la quota di chi non riesce a non farlo. E a volte lì finisce la loro esistenza: come accaduto per un 50enne, che lo scorso novembre è morto a causa del freddo all’ex albergo Bassini di Boario. Nessuno lo cercava. Un invisibile, ma solo perché, come ha detto il vescovo, siamo noi a non voler vedere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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