La Corte d’Appello di Brescia, sezione civile, ha di fatto confermato la sentenza di primo grado e ora l’Asst Spedali Civili dovrà risarcire la famiglia di un paziente morto nel 2020 con oltre 700mila euro. La vicenda riguarda un uomo di 77 anni bresciano, entrato in ospedale a dicembre del 2019, dopo una caduta accidentale, per un’operazione al femore e deceduto due mesi dopo a causa di una gravissima infezione «sepsi» contratta in sala operatoria. «Il percorso per ottenere giustizia è stato lungo e tortuoso, segnato da diverse fasi – spiega l’avvocato della famiglia, Giovanni Giorgino del Foro di Milano, esperto in questioni di malasanità –. Un percorso iniziato con un procedimento penale che, nonostante la nostra ferma opposizione, si concluse con un provvedimento di archiviazione».
In sede civile
La famiglia però ha deciso di non arrendersi e ha intrapreso la via civilistica. «Dopo un accertamento tecnico preventivo e il successivo procedimento di merito, nel 2025, il Tribunale di Brescia ha emesso una prima sentenza di condanna – continua – accertando che la struttura non avesse fornito alcuna prova di aver correttamente applicato i protocolli di sterilizzazione e prevenzione, mentre era stato pienamente assolto l’onere probatorio a carico dei familiari ricorrenti, i quali avevano dimostrato il nesso di causalità tra la contrazione dell’infezione in ambito ospedaliero e il decesso del proprio congiunto, che non presentava rilevanti acuzie o compromissioni patologiche al momento del ricovero».
Il verdetto
Ieri la Corte d’Appello ha depositato la sentenza di secondo grado che, nella sostanza, conferma la responsabilità del Civile. I giudici della Corte, anche se hanno leggermente ridotto il risarcimento a favore dei familiari (moglie, figlio e nipoti della vittima), hanno di fatto ribadito che è «onere dell’ospedale dimostrare l’esatta esecuzione delle procedure di disinfezione; prova che nel caso di specie è totalmente mancata».
Il commento dell’avvocato
«Si tratta di un caso emblematico di responsabilità sanitaria che sottolinea il diritto dei cittadini ad essere protetti da rischi evitabili durante la degenza – conclude – La Corte ha riconosciuto ai familiari un risarcimento complessivo di oltre 700.000 euro, confermando il valore del legame parentale reciso da una gestione negligente del rischio clinico. Di certo, è una ferita profonda al senso di giustizia che un percorso di cura iniziato per una banale frattura al femore, magari affrontato in un momento di fragilità o in anzianità, si concluda tragicamente con la morte per un’infezione ospedaliera evitabile, trasformando un atto di assistenza in una perdita irreparabile».




