Cronaca

Maurizio Maggiani: «Memoria e lotta, medicine per la Repubblica»

Lo scrittore ospite al San Barnaba incontrerà gli studenti in occasione della commemorazione della strage di piazza della Loggia
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Il ricordo della Strage nella memoria dei giovani - © www.giornaledibrescia.it
Il ricordo della Strage nella memoria dei giovani - © www.giornaledibrescia.it

A parlare di Memoria e di Lotta. Che non sono solo il titolo del suo ultimo libro, ma anche le medicine alle quali affida, se non la sua vita eterna, quanto meno la sopravvivenza della Repubblica. Ne parlerà stamattina agli studenti riuniti all’auditorium San Barnaba, Maurizio Maggiani:maestro, scrittore, giornalista appassionato e appassionante che della guerra alla damnatio memoriae e all’individualismo ha fatto ragion d’essere del suo scrivere e del suo parlare.

La memoria, scrive nel suo saggio, per essere vitale deve essere accolta. Lei se ne fa testimone. E il suo pubblico? Non sarà distratto da altro? Al giorno d’oggi non combatte una lotta impari?

La cosa che preferisco fare è parlare di memoria con i ragazzi. Non ci sarà Repubblica se non saranno loro a farsene carico. Il mio lavoro può essere paragonato a quello di un pazzo che cerca di svuotare l’oceano con un cucchiaio. Ma lei conosce altro modo per svuotare l’oceano? Apparentemente io sono un girovago con possibilità ridotte rispetto alla comunicazione digitale. Ma la comunicazione orale ha una potenza sterminata. Non c’è alcuna differenza tra il ragazzo che ero io davanti al racconto che cinquant’anni fa mi faceva mio nonno e i ragazzi di oggi di fronte al mio racconto, al racconto di un nonno di oggi. I ragazzi hanno voglia di ascoltare e di essere ascoltati. Sa che a chatGpt non chiedono solo delle soluzioni e delle risposte, ma con chatGpt ci dialogano anche?

Lo scrittore e giornalista Maurizio Maggiani - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Lo scrittore e giornalista Maurizio Maggiani - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Vuol dire che mancano i ravvivatori di braci? Che c’è bisogno di testimoni?

Ci sono, ma vanno trovati. Negli anni ’50 e ’60 era più facile. C’erano le famiglie allargate. Il senso della comunità era potentissimo: se siamo rimasti in qualche modo vivi e attivi, lo è proprio perché le comunità hanno saputo stabilire delle relazioni di reciproco aiuto, di reciproco ascolto. Io diventai antifascista per un pattone (uno schiaffone, ndr). Mi permisi di dire un "me ne frego" e mio padre mi rispose che fascisti in casa non ne voleva. Ma non tanto perché avevo usato un motto delle squadracce, ma perché non era pensabile una vita dignitosa, feconda, umana se non ci si curava degli altri, se degli altri che ne fossimo fregati.

La società di oggi non prende a schiaffi l’individualismo e la smemoratezza come faceva suo padre. Che rischio corriamo?

La memoria è inciampo. Costringe a fermarsi. A pensare. La società di oggi invita a guardare il domani, perché nemico del presente non è il futuro, ma il suo passato. Corriamo un rischio enorme, perché la damnatio memoriae porta davvero alla dannazione, porta all’estinzione della Repubblica

Che posto ha la strage di piazza della Loggia nel suo calendario intimo?

Ricordo che io e la mia compagna quel giorno scendemmo in città. Incontrammo un amico, ci disse con le lacrime quello che era successo. Piangemmo con lui. Avevano ucciso ragazzi che lottavano per i diritti e la libertà.

I ragazzi di oggi vogliono lottare?

Sì, però a modo loro. Io sono stato facilitato dalla generazione che mi ha preceduto, che era la generazione dei padri fondatori della Repubblica. Aiutato dalla speranzosità di mio padre. Loro sognano di essere liberi, ma non sono facilitati. Noi non abbiamo saputo consegnare a loro quello che è stato consegnato a me. Stanno cercando il loro modo di lottare e noi vecchi dovremmo farci da parte e stare in ascolto. Non essere sempre lì a dare lezioni quando in realtà non abbiamo proprio nessuna lezione da dare».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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