La Procuratrice dei minori: «Più disagi che baby gang a Brescia»

«Cosa è successo in città di diverso dal solito?» chiede la procuratrice dei Minori Giuliana Tondina aprendo la porta del suo ufficio. Sul tavolo ha l’ennesimo caso di disagio giovanile. «Capisco che ci sia attenzione e preoccupazione, ma ci vuole una visione più ampia del fenomeno. Se ci concentriamo esclusivamente su ciò che di illegale fanno i ragazzi perdiamo di vista la situazione».
Procuratrice, proviamo a fare chiarezza. Ci sono baby gang a Brescia?
«Continuo a sostenere che non ce ne siano. Esistono gruppi di ragazzi che si radunano, qualcuno si identifica con un nome o con un codice postale, ma anche quando i ragazzi commettono un reato, non percepisco queste realtà come strutturate dal punto di vista criminale. E mi lasci subito dire che escludo che ci sia un’emergenza criminale determinata dai giovani in città e provincia».
Chi sono i ragazzi che oggi commettono i reati?
«Sono ragazzi di tutte le provenienze, ma ci sono tre grandi categorie: i ragazzi di discendenza italiana, gli immigrati di seconda generazione e poi i minori che arrivano in Italia non accompagnati. Tutti e tre questi gruppi commettono reati. I minori non accompagnati arrivano con il mandato familiare di guadagnare lavorando per mandare i soldi a casa ai familiari. Se non trovano la possibilità di adempiere a questo mandato in modo legale è ovvio che finiscano per delinquere. Leggendo le relazioni sociali: questi giovani e giovanissimi che commettono i reati, molte volte hanno storie familiari e personali estremamente pesanti. Si capisce che è mancato loro il supporto della famiglia, che non è stato sostituto da niente e da nessuno fuori».
E poi ci sono le altre due categorie di giovani.
«I ragazzi immigrati di seconda generazione sono come i ragazzi nati in Italia. Vedono le stesse cose, sentono le stesse cose, ma anche in questo caso abbiamo delle forti spinte alle segregazioni. Le famiglie di questi ragazzi affrontano una sfida doppia, se non tripla. I giovani hanno miti e aspirazioni: il mito del successo, il mito dell’essere sempre in vista e di essere sempre "super" e "fenomeni". Ma non sempre le famiglie hanno strumenti per soddisfare le aspirazioni attraverso la legalità. Anche i ragazzi nati e cresciuti a Brescia hanno difficoltà a vivere nel mondo di oggi che non è un mondo per giovani. Siamo un mondo di vecchi nel quale vorremmo che i ragazzi non ci fossero o che comunque non dessero fastidio, che non andassero in skate sotto i portici o che non ascoltassero la musica ad alto volume».
Però i giovani ci sono. E non mancano anche i reati.
«Certo e noi come magistrati li perseguiamo. C’è un incremento del numero di rapine per esempio. Parliamo per lo più di episodi di piccola prevaricazione. Cinque euro, la merendina, poi in altri casi rapine di giubbotti, scarpe o telefonini. Non vanno sicuramente con il mitra in gioielleria. Certo, non va bene e noi combattiamo ogni giorno».
Cosa la preoccupa di più?
«La convinzione diffusa dei ragazzi di dover regolare le loro questioni attraverso la violenza. Assistiamo a pestaggi dopo post sui social o per vicende apparentemente banali. È un fenomeno che coinvolge alla stessa maniera tutti e tre i gruppi di ragazzi di cui abbiamo parlato. Si usa la violenza come se non ci fosse legge e come se non ci fossero mezzi per la risoluzione pacifica delle controversie.
In città, il tema più delicato riguarda le presenze in piazza Vittoria.
«C’è un’interferenza certamente tra le intemperanze dei giovani e la gestione delle attività commerciali. Chi ha un negozio sotto i Portici e un negozio in piazza Vittoria fatica ad accettare i ragazzi con lo skate o che ballano a musica alta. Perché vanno in piazza Vittoria? Perché ci sono spazi ampi, perché possono muoversi. Ci sono state aggressioni ed è innegabile. Ma se non vanno lì, dove li mettiamo questi ragazzi?».
C’è chi chiede più presenze delle forze dell’ordine. Cosa ne pensa?
«Un po’ di polizia in strada non dà fastidio. Se può servire a far sentire più tranquille le persone tanto di guadagnato. Ma non può essere solo una questione di repressione. A commettere reati è una fetta piccola della popolazione giovanile. Bisogna che in qualche modo ci si faccia carico di questi ragazzi. Ed è un compito della politica».
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