La Brescia del futuro sarà sempre più anziana e piena di persone sole
Una popolazione più vecchia, più sola e più fragile. È questa la fotografia scattata dall’analisi dei dati diffusi dall’Istat sul gelo demografico. E anche se le previsioni disegnano uno scenario in controtendenza per la provincia di Brescia rispetto al calo di nascite, i problemi non mancano. Il riferimento – per facilità analitica – è il 2042 quando, considerando che le previsioni più si allungano nel tempo e meno sono affidabili, a fronte di una riduzione della popolazione nel Belpaese, si registrerebbe un leggero aumento nella nostra provincia.
I dati
Ma andiamo con ordine. L’Istat, infatti, prevede tra il 2022 e il 2042 una riduzione della popolazione italiana di quasi 2,9 milioni di persone, pari al -4,9%. Nella stessa statistica previsionale, la popolazione bresciana passerebbe da 1.253.157 abitanti del 2022 agli 1.285.777 del 2042, con un incremento di 32.630 residenti, pari al + 2,6%. Un dato, peraltro, coerente con la dinamica regionale che vede la popolazione lombarda in crescita, tra il 2022 e il 2042, di quasi 283 mila persone, pari al +2,4%.
Mentre la popolazione bresciana crescerebbe di quasi 33mila residenti, i bambini fino ai 14 anni dovrebbero ridursi di oltre 18mila unità, mentre gli over 65 dai 278.499 del 2022 salirebbero a oltre 404mila e, tra questi gli over 80 da 87.257 arriverebbero a 128.247. Tradotto: con un aumento comunque residuale della popolazione bresciana (+2,6%), ci sarà da una parte l’11% in meno di bambini e dall’altra il 45% in più di over 65 e il 47% in più di ultraottantenni. Si passerebbe così da 1,7 anziani per ogni bambino nel 2022 a 2,7 nel 2042. Quasi tre over 65 per ogni bambino con meno di 15 anni.
Non solo: uno studio della Fondazione Nord Est prevede che nel 2040 nelle regioni del Settentrione ci saranno 2,3 milioni di persone in meno. Gli effetti si vedranno soprattutto in Lombardia, che avrà 673mila cittadini in meno. Come se si svuotasse l’equivalente di Brescia, Monza, Bergamo, Como, Varese e Pavia.
Una città a misura di anziano
In venti anni, insomma, il panorama sarà contraddistinto da più vecchi, meno bambini, famiglie più piccole e persone sempre più sole. Ecco perché il grande tema dei prossimi anni, ma anche del presente, è immaginare le città del futuro, che saranno abitate da sempre più anziani. E oggi uno spazio urbano a loro misura non esiste.
«La crisi della famiglia sempre più vistosa pone l’anziano in una posizione di maggior bisogno, di maggior supporto – spiega Marco Trabucchi, ordinario all’Università di Roma Tor Vergata e presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria –. Aumentando le esigenze della città dell’anziano, dobbiamo preoccuparci di ciò che la collettività può offrire. Cosa può fare la città per dimostrarsi amica delle persone con demenza? Ad esempio essere accogliente».
Eppure in un anno in Italia hanno chiuso 120mila negozi di vicinato (secondo Confcommercio) - quegli spazi che risultano socialmente vitali soprattutto per i più vecchi. «I negozi di vicinato fondamentali perché sono anche luoghi di supporto e di confronto. Ma anche il fenomeno della microcriminalità è un grande deterrente; per un anziano basta poco per non uscire più di casa, per evitare ogni contatto esterno. Così diminuiscono le stimolazioni cognitive, l’attività fisica, la possibilità di poter usufruire di cibi freschi».
Com’è messa Brescia
Quanto è a misura di anziano Brescia, secondo Trabucchi? «Ritengo sia in una posizione leggermente migliore rispetto ad altre città italiane, perché qui c’è una cultura dell’accoglienza e della generosità che arriva dalle antiche origini dell’impegno e della solidarietà. In passato, inoltre, le forze politiche hanno esercitato un impegno nei confronti dei fragili e anche se si sta smorzando c’è ancora un residuo. La sindaca Castelletti sente in prima linea questi problemi ed è una sorta di garanzia, anche se non riuscirà a far molto perché non ha abbastanza strumenti».
Come dev’essere allora la città del futuro a misura non solo di bambino ma anche di anziano? «Non abbiamo bisogno di luoghi necessariamente assistenziali, ma di vita, di ascolto, luoghi in cui gli anziani possano leggere giornali e bere caffè e nei quali siano presenti giovani che li aiutino a usare il pc». Quella disegnata da Trabucchi è una città capace di proteggere dalle difficoltà («l’anziano non può rimanere ore in attesa in pronto soccorso, al freddo o al caldo su una barella»), che ha il dovere di porsi come difensore dei fragili.
Ma il ticchettio delle lancette è assordante. La data di scadenza è vicina. «Temo che ogni anno sia peggio, negli ultimi dieci anni la rivoluzione è stata drammatica su molti di questi parametri. Gli anziani continuano a invecchiare e sono sempre più malati. Sopravvivono, è vero, ma intorno a loro c’è una popolazione di giovani sempre più rarefatta». Eccola, allora, l’altra faccia della medaglia. «Bisogna continuare ad insistere sull’educazione dei giovani, bisogna dire loro: guardate che i vecchi non sono ruderi come molti li definiscono. Sono cittadini con gli stessi diritti e anzi con maggiori diritti».
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