Da Temù al caso Resinovich, «così la tecnologia incide sulle indagini»

L’ingegnere informatico bresciano Michele Vitiello, che ha seguito importanti casi di cronaca locale e nazionale, spiega il ruolo delle analisi digitali
L'ingegnere informatico bresciano Michele Vitiello © www.giornaledibrescia.it
L'ingegnere informatico bresciano Michele Vitiello © www.giornaledibrescia.it
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Il nuovo caso che gli è arrivato sulla scrivania da poco è uno tra i più mediatici degli ultimi tempi. La morte di Liliana Resinovich, la donna scomparsa a Trieste il 14 dicembre 20121 e ritrovata senza vita venti giorni più tardi.

Da suicidio l’inchiesta ora è per omicidio «e dopo tre anni dovremo rianalizzare tutti i telefoni cellulari dei coinvolti» racconta Michele Vitiello, ingegnere informatico bresciano, entrato come consulente nel pool difensivo di Sebastiano Visentin, il marito della donna indagato recentemente. «Per quello che abbiamo potuto vedere non ci sono elementi significativi contro di lui anche se il fatto che si sia esposto molto in tv non lo ha aiutato perché poi la gente guarda ogni minima sfumatura» spiega Vitiello.

Quale sarà il suo ruolo nella difesa di Visentin?

«Entro in gioco sia per la parte informatica, quindi per guardare tutti i telefoni cellulari che sono stati già analizzati e alcuni altri che verranno valutati nuovamente. Non solo però, perché verificheremo le immagini delle telecamere per possibili passaggi di Liliana Resinovich in alcune zone e per vedere attraverso perizie fotografiche antropometriche se effettivamente è lei.

C’è poi tutto il mondo dei tabulati telefonici, delle celle telefoniche. Oggi i nostri cellulari lasciano informazioni che non sappiamo esistano fino a quando questi telefoni non finiscono nelle mani di esperti. Senza dimenticare che oggi rispetto a qualche tempo fa si possono recuperare molti più dati cancellati e che sono in grado potenzialmente di cambiare completamente tutta una vicenda. Pensiamo per esempio che la tecnologia ci permette di dire con certezza dove si è spostato un cellulare in diversi momenti».

E proprio partendo da un cellulare, uno dei casi bresciani che lei ha seguito aveva vissuto una prima svolta. Parliamo dell’omicidio di Laura Ziliani a Temù.

«È vero, il contapassi inserito nel cellulare della donna fu determinante per delineare l’orario in cui erano stati fatti certi movimenti di chi lo teneva in mano. E cioè fatti in un momento in cui, secondo l’ipotesi difensiva del trio criminale, la mamma avrebbe perso il telefono mentre al mattino presto si stava cambiando prima di andare a fare un passeggiata in montagna. Le nostre analisi rivelarono che il cellulare si era spostato in un momento in cui lei doveva essere già fuori casa. Quindi non era stata lei a spostarlo e poi i passi corrispondevano esattamente allo spazio che c’era tra la camera da letto dove Laura Ziliani è stata uccisa e la cantina dove il suo cellulare venne ritrovato dietro ad una panca».

Passi che invece, nel caso Bozzoli in cui lei è stato consulente della difesa, non hanno portato al risultato che speravate.

«Quel dato della mia consulenza spiegava che Giacomo la sera della scomparsa dello zio l’otto ottobre 2015 aveva effettivamente fatto un determinato percorso, cioè quello che lui aveva fatto mettere a verbale nelle prime dichiarazioni raccolte dagli inquirenti e la ricostruzione non è stata messa in dubbio dalla sentenza. Giacomo Bozzoli non viene condannato per l’aspetto dei passi».

Michele Vitiello alle spalle di Giacomo Bozzoli durante un'udienza in tribunale © www.giornaledibrescia.it
Michele Vitiello alle spalle di Giacomo Bozzoli durante un'udienza in tribunale © www.giornaledibrescia.it

La tecnologia è ormai presenza costante nelle nostre vite. Viene da pensare che se uno commette un omicidio senza avere un cellulare, le indagini si complicano tremendamente. È così?

«Si e no. In realtà il fatto di non averlo è già un elemento perché se oggi noi andiamo ad analizzare il nostro quotidiano vediamo che abbiamo abitualmente con noi il cellulare e possiamo sapere il tempo di utilizzo e come è stato usato. Il non avere interazione sul dispositivo in certi momenti particolari per chi invece è abituato ad averli, prova quindi immediatamente un alibi contrario».

Adesso c’è la tendenza a chiedere la revisione dei processi. La tecnologia può davvero riscrivere la storia di casi giudiziari passati in giudicato?

«È uno strumento giuridico che esiste quindi in tante situazioni chiaramente c'è chi tenta di utilizzarlo. Io lavoro con 57 Procure ad oggi, più 3 europee e quello che ho imparato nella mia esperienza è che le indagini le fanno le persone, anche se la tecnologia è determinante. Ma va saputa usare. Se per assurdo affidassimo la stessa inchiesta a due gruppi di lavoro diversi con uno che fa un tipo di attività e uno ne fa un’altra, potremmo arrivare talvolta a risultati differenti, proprio per l’uso non corretto della tecnologia».

Un esempio?

«Se faccio un’intercettazione e metto male una cimice, sento male l’intercettazione e mi perdo una parola. E magari quella parola era fondamentale per arrivare a una condanna o ad un’assoluzione. Pensiamo alle indagini in cui ci sono intercettazioni ambientali in cui si sente una voce, ma non abbiamo un volto a cui associarla. Abbiamo sentenze di condanne in cui viene scritto che “il soggetto è stato riconosciuto dalla Polizia giudiziaria che ricordava di aver parlato una volta con quella persona”. Tutto senza prova scientifica. Oggi esistono sistemi automatici, semi-automatici e manuali per poter comparare due voci e capire con che grado di probabilità o ancora meglio quanto una voce assomiglia all'altra. E non dimentichiamoci l’intelligenza artificiale».

Vantaggio o svantaggio?

«Se uno prepara dei messaggi finti e li porta come accusa o a sua difesa e non si fanno le analisi corrette per capire che quei messaggi non sono originali e sono artefatti, si arriva a un risultato che è sbagliato, perché magari sono dei messaggi che non sono mai esistiti. Si producono screenshot falsi, fotografie costruite e oggi la tecnologia può svelare tutto questo. C’è gente che viene assolta o condannata per una prova non genuina, non corretta, Oggi servono informatici e hacker che aiutino la giustizia».

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