Allarme povertà a Brescia: senzatetto più che raddoppiati in un anno
Senzatetto più che raddoppiati, mense sempre più affollate e persone con difficoltà che chiedono aiuto sempre più vecchi. Brescia non è solo humus di ricchezza e produttività: tra le fessure della città si annidano disagi, povertà, solitudine.
Giovani e anziani
Basta incamminarsi un giorno qualunque tra le strade più buie del centro, lontane da lampioni e dallo «struscio» bresciano.
Via Benedetto Croce, via Gambara, via Cefalonia. Giovani e anziani, uomini e donne si rifugiano adagiandosi a una fredda saracinesca chiusa o ad un muro, con indosso una coperta logora. Basta ci sia una copertura sopra la testa, questa sembra essere l’unica condizione che tutti si impongono. Scelgono quei luoghi come fossero anfratti e cuccette, come a non voler disturbare né farsi notare. Sono invisibili. E non è solo una metonimia. Perché davvero sfuggono alla vista di chi già fa di tutto per non guardare: abbassano la testa davanti ai passanti, raramente vogliono parlare.
L’unità di strada della Caritas, che incontra le persone che non hanno trovato posto in dormitorio e vivono sulla strada, nel solo 2023 durante i viaggi serali ha incontrato ben 190 persone. L’anno precedente erano 85. I senza fissa dimora sono cresciuti del 126%.
«Ed è diminuita anche la possibilità di incontrarli ulteriormente - racconta il vicedirettore di Caritas Brescia Marco Danesi -: prima capitava di incontrare le stesse persone anche sei volte, adesso almeno la metà. Significa che c’è anche un turnover di queste persone, che arrivano in città in qualche modo, sostano dormendo per strada e poi spariscono». A questi si sommano le persone incontrate nei centri di ascolto: quasi 2.500 in tutto.
Aiuto
Il 2020 come spartiacque. La pandemia come scure sociale. C’è stato un prima e un dopo. Lo confermano anche i numeri degli utenti della storica mensa Menni: prima erano circa 1.500, adesso in via Vittorio Emanuele II 17 bussano quasi in 2mila. Oltre mille famiglie bresciane sono state supportate con aiuti economici, mentre quasi 7mila sono state sostenute con pacchi alimentari.
«La pandemia da coronavirus è stata davvero uno spartiacque importante – continua Danesi -, non solo per i senza dimora ma anche per tantissime famiglie, a volte normalissime».
Molti sono infatti working poor, lavoratori poveri che non guadagnano abbastanza da superare la soglia di povertà pur avendo un’entrata mensile e non riescono a tenere il passo con il costo della vita. E in questo calderone sociale c’è di tutto. Famiglie con minori, precari, sottopagati, divorziati o separati. «Queste persone non hanno neanche la prospettiva di pensare che andrà meglio quando troveranno lavoro perché ce l’hanno e lavorano al meglio che possono». Negli ultimi quindici anni la bolla è esplosa: nel 2007 i poveri in Italia erano 2 milioni e mezzo, oggi sono 5 milioni e 800mila. «Non è più situazione emergenza, è una questione strutturale e come tale va affrontata», conclude il vicedirettore Danesi.
E l’effetto è presto detto: si elimina ciò che viene ritenuto meno indispensabile, si punta alla sopravvivenza. È questione di priorità. Così i nuovi poveri tagliano subito le cure sanitarie, che vengono prima procrastinate, poi cancellate. E spesso si ammalano. Neppure il sistema sanitario nazionale sembra non reggere più, di fronte a questi fenomeni.
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