Ilaria Salis: «Carcere criminogeno, ci si indigni per migranti deportati»
Lo aveva detto che una volta uscita dal penitenziario di massima sicurezza di Gyorskocsi utca a Budapest – dove è stata rinchiusa nel febbraio 2023 dal regime di Viktor Orbán con l’accusa di aver aggredito alcuni militanti filonazisti dopo aver partecipato ad una contromanifestazione nel Giorno dell’Onore – si sarebbe occupata il più possibile di detenzione e di detenuti. Aveva anche detto che ci sarebbe andata di persona, in giro per l’Italia, a vedere le condizioni di chi è imprigionato.
E ieri, l’eurodeputata Ilaria Salis – eletta con Avs e a Bruxelles seduta tra i banchi di The Left – lo ha fatto a Brescia: in tarda mattinata si è presentata al Nerio Fischione per un’ispezione a sorpresa, dove è rimasta a parlare con i detenuti e a visionare le celle, blocco dopo blocco, fino al pomeriggio, per poi arrivare in serata alla Festa di Radio onda d’urto per parlare di «deriva autoritaria dello Stato tra repressione del dissenso e attacco alle lotte sociali».
Salis, l’Italia era già stata multata dall’Europa per le condizioni carcerarie: come ha trovato l’istituto di Brescia?
A Brescia c’è un sovraffollamento del 200%: nonostante sia una casa circondariale, più della metà delle persone ha condanne definitive molto basse e potrebbe accedere alle misure alternative, invece questo non avviene. Ma abbiamo anche constatato che per 371 detenuti ci sono solo sette educatori e questo non consente loro di redigere le relazioni da trasmettere ai magistrati di sorveglianza. Questo fa sì che chi avrebbe diritto di uscire si trovi ancora in carcere.
Lei sta girando le carceri d’Italia. Sono tutte in queste condizioni?
Qui la struttura è molto vecchia, non sono rispettati neanche lontanamente i tre metri quadrati calpestabili perché la metratura era stata considerata dal Ministero a celle vuote e quindi senza i letti, le docce sono montate sopra la turca, ci sono dodici persone con un bagno solo e nelle celle più grandi c’è ancora il terzo piano del letto a castello che è pericoloso, in una sezione c’è una grave infezione di cimici da letto e diversi detenuti ne portano i segni: il problema è endemico. Un carcere così è un problema che è causa di se stesso, perché è una struttura criminogena che non può far altro che produrre altro carcere.
Serve un carcere nuovo?
Costruire nuove carceri non servirà a rendere più tollerabile la vita dei detenuti: se si evita il sovraffollamento e si usano misure alternative gli istituti di pena si possono ristrutturare per blocchi, ma è il modello che è sbagliato. Questo governo segue una logica punitiva e vendicativa, invece dovrebbe allentare la repressione investendo risorse nelle misure alternative. Più costruisci carceri, più ci saranno persone in carcere.
Non una nuova struttura, ma un nuovo stato di diritto quindi?
Sì, bisogna favorire al massimo il ricorso alle misure alternative, garantendone l’accesso a tutti coloro che ne hanno diritto: ricordo che sono previste dalla legge ma servono fondi, bisogna investire in questo e non promuovere quest’ottica carcerocentrica e repressiva. Va limitato l’uso del carcere per chi è in attesa di giudizio e vanno depenalizzati i piccoli reati. Va promosso tutto ciò che può ridurre il numero di presenze: dall’indulto alla liberazione anticipata per buona condotta.

Le direttive europee sono sufficienti? Ci sono degli esempi da seguire sulla giustizia?
L’Europa detta gli standard, ma molto è in mano ai singoli Stati. E il nostro governo ci sta facendo fare passi indietro, si muove sempre di più, e su più fronti, in ottica punitiva: il risultato è che abbiamo il 70% di recidiva. Questo perché siamo diventati uno Stato penale anziché uno Stato sociale: invece che puntare sul welfare si investe sulla reclusione e sulla punizione, che però creano più marginalizzazione. I modelli ci sono: penso al Portogallo e all’Olanda, dove hanno chiuso il 30% delle carceri.
Vale anche per i minori?
Sì, al Beccaria di Milano ci sono i materassi per terra. La situazione è peggiorata dopo il decreto Caivano, che ha ampliato la possibilità di ricorrere alla carcerazione minorile anche in fase cautelare. Si sta tornando indietro sui diritt, si lavora sul senso di paura delle persone: per le destre è necessario creare un nemico per ottenere consensi e continuare a governare.
Lei parla spesso di deriva autoritaristica e di «orbanizzazione della società»: dice che l’Italia sta diventando come l’Ungheria?
Mi sentirei libera di parlare di fascistizzazione. Il problema è che in Italia abbiamo un governo che guarda a Orbán come modello: il decreto sicurezza ha introdotto misure che non credevo possibili in un Paese civile. E le riforme che Meloni ha in agenda, dal premierato alla giustizia, vanno nella direzione di disarticolare l’equilibrio dei poteri, sbilanciandoli tutti a favore dell’esecutivo. Si sta diffondendo un razzismo endemico, cavalcato dalle destre.
Per lei in Italia c’è stata mobilitazione...
Le immagini di me in catene hanno scaturito una reazione di indignazione e scatenato l’empatia. Ma domando: perché quando abbiamo visto le immagini dei Cpr e dei migranti legati mentre venivano deportati in Albania non c’è stata la stessa reazione? Perché viviamo in un Paese razzista che pensa che ci siano persone di serie A e di serie B. In questo sta il successo dell’estrema destra e sempre in questo ho visto un cambiamento in peggio quando sono tornata dopo un anno e mezzo di carcere in Ungheria.
Su di lei c’è ancora in sospeso il voto sulla richiesta di revoca dell’immunità: è stato calendarizzato?
La richiesta è arrivata il giorno successivo all’intervento in plenaria in cui ho criticato duramente l’operato di Orbán: non proprio una casualità, ovviamente i regimi illiberali reprimono ogni contestazione. Per ora il voto non è calendarizzato, credo si andrà tra fine settembre e inizio ottobre.
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