Bozzoli vuole la revisione del processo e fa rianalizzare il forno

Un caso che è sempre ruotato attorno ad un forno. E così continua ad essere anche dopo che la giustizia si è espressa in via definitiva. Giacomo Bozzoli, condannato a luglio scorso all’ergastolo per l’omicidio dello zio Mario, ucciso l’otto ottobre del 2015 nella fonderia di famiglia a Marcheno, non accetta il verdetto della Cassazione.
E dal carcere di Bollate lavora per arrivare a chiedere la revisione della sentenza le cui motivazioni non sono ancora state depositate. «Mio figlio non ha fatto nulla e faremo di tutto per fare emergere la sua innocenza» conferma Adelio Bozzoli, padre del condannato e fratello della vittima.
La difesa
Un nuovo processo è l’obiettivo che il 39enne si è fissato fin dal giorno in cui è stato portato in cella al termine di una fuga post pronunciamento definitivo della Cassazione, conclusa nel cassettone del letto della sua casa di Soiano del Lago dove i carabinieri lo hanno arrestato l’estate scorsa.
L’iter per la revisione di una condanna non è mai facile. In Italia i casi clamorosamente ribaltati si contano sulle dita di una mano e Giacomo Bozzoli affronterà questa sfida senza il legale storico, l’avvocato Luigi Frattini, che ha deciso di rinunciare al mandato dopo l’ultimo grado di giudizio. Da dove partire per un’ipotetica richiesta di revisione se non da quello che per gli inquirenti è la scena del crimine? A tal proposito la prossima settimana un consulente di parte, nominato dalla famiglia di Giacomo, tornerà nella fonderia di Marcheno, oggi di proprietà del gruppo Rivadossi Rvd.
La scena del crimine

Il forno è al centro del caso fin dal primo giorno, ma va ricordato che Giacomo Bozzoli era arrivato a processo non per aver ucciso lo zio nell’impianto della azienda, ma con l’accusa di averlo ammazzato con un oggetto e poi portato in auto fuori dalla fonderia. Una ricostruzione che si era fondata sulle dichiarazioni della consulente dell’accusa, l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, la quale aveva stabilito che non essendo state trovate tracce di dna sulle pareti del forno non poteva essere stato introdotto il corpo di Mario Bozzoli.
Poi tutto è cambiato - compreso il capo d’imputazione alla penultima udienza del processo di primo grado con il ritorno in primo piano del forno - in virtù dell’esperimento giudiziale voluto dal presidente della Corte d’assise Roberto Spanò. L’ormai famosa «prova del maialino». L’animale - già morto in precedenza - venne appoggiato sul bagno di metallo fuso di un forno più piccolo rispetto a quello della Bozzoli. Prova che aveva spinto i periti della Corte a stravolgere il primo parere. E a ritenere possibile la distruzione del corpo della vittima nella fornace.
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