Addio a Gino Orlini, sopravvissuto al bombardamento di Gavardo nel ‘45

Il mondo delle auto storiche bresciane e la comunità di Gavardo piangono la scomparsa di Luigi «Gino» Orlini, 94 anni, decano degli appassionati di auto e grande cultore della musica. Orlini fu per tutta la sua vita con Antonio Abastanotti, altro sopravvissuto al bombardamento alleato del 1945 di Gavardo, testimone della tragedia della guerra che raccontava con voce rotta dall’emozione, scavando nei ricordi bui della sua vicenda.
Il bombardamento
Il 28 gennaio 1945, alle 13.29, nel tentativo di colpire il ponte sul Chiese quale collegamento strategico per i tedeschi, vennero sganciate otto bombe dai Thunderbolt americani decollati dalla base di Grosseto. La distruzione del ponte avrebbe impedito i movimenti delle colonne naziste e repubblichine. Ma un errore dello stormo di cacciabombardieri a 350 metri di quota fece sganciare le otto bombe da 500 libbre sulle case del centro cittadino. Nell’esplosione morirono 52 civili.
Tra le vittime, perlopiù radunate per il pranzo, vi erano anche donne e bambini e quattro sacerdoti. Questi erano riuniti per la celebrazione del triduo. Gino Orlini restò a lungo sotto le macerie della sua casa colpita e quando venne estratto – allora aveva 14 anni – scoprì che il corpo della sorella lo aveva protetto e salvato dal crollo. Un trauma che portò con sé tutta la vita.
I ricordi
Gino raccontava spesso agli amici appassionati di mezzi storici di quell’episodio della sua vita: la paura, il corpo bloccato dalle travi e dai calcinacci, il tonfo dei crolli che seguirono nel tempo dei soccorsi, le voci che da sotto le macerie diventavano via via sempre più flebili. In occasione di un raduno di auto storiche del Motoclub di Flero, al rifugio antiaereo della Breda a Brescia, volle vincere la sua ritrosia e insieme entrammo nel tunnel, mentre le sirene ululavano l’arrivo su Brescia del carico di morte.
Tra gli scoppi registrati dell’antiaerea sulla Maddalena, due lacrime gli solcarono le gote. «Chi non ha provato non può capire...» disse a occhi chiusi mentre il film della sua vita si riavvolgeva. Mi prese la mano. In un silenzio irreale uscimmo all’aperto. Gino non parlava ma contemplava il cielo. Un ritorno alla vita come nel gennaio del 1945, quando però la sua vita non sarebbe però più stata la stessa.
Per questo, quasi come in una legge del contrappasso, Gino era sempre un simpatico conviviale nei raduni, con la sua bella voce tenorile che rallegrava tutti. Lui, che aveva visto la morte in faccia, se ne rideva rallegrando il vivere. Ai tre figli Franco, Massimo e Sauro e a tutti i nipoti vanno le condoglianze dei molti che lo conoscevano e lo stimavano.
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