In quell’ultimo abbraccio, alla Poliambulanza, c’è il senso di un’amicizia di rara autenticità. Enrico Ruggeri ha accompagnato il feretro di Evaristo Beccalossi, pochi passi più indietro rispetto alla moglie Danila e alla figlia Nagaja. Un’immagine fortemente simbolica, che rafforza il valore di un legame eternato dagli anni, dalle emozioni condivise, dall’interismo e dalla passione di Evaristo per la musica, a partire dalla sua: «Sono figlio unico, lui era uno dei miei fratelli».
I ricordi
Il fiume dei ricordi scorre impetuoso: «Ne ho tantissimi: i viaggi fatti assieme, i progetti, le stupidaggini, le cene: quanti momenti vissuti l’uno accanto all’altro». I loro due mondi, grazie a quel rapporto, si sono sempre incontrati: «Mi seguiva spesso ai miei concerti. L’ultima volta a Savona, per un Capodanno. Mi giravo e lo vedevo dietro al batterista, con quel suo sorrisino. Ho una bellissima foto che ritrae quella serata: io, la band, il Becca, e dietro il pubblico».

L’amore per l’Inter
E ovviamente Ruggeri seguiva Evaristo, da incallito tifoso dell’Inter: «Faceva innamorare la gente: il suo era ancora un calcio nel quale si pagava il biglietto per vedere la giocata, e lui era in grado di far passare la palla attraverso spazi che nessuno era in grado di vedere. E poi ha vinto uno scudetto bellissimo, l’ultimo senza stranieri: per me indimenticabile».
Il più amato, di quella generazione: «Non potrebbe essere altrimenti. Deliziava il pubblico, e piaceva molto pure ai compagni: lui ha segnato trentasette gol, ma ne ha fatti fare molti di più con la qualità delle sue giocate».

Ma è l’aspetto umano, ancora una volta, ad affiorare: «Avere successo nella vita significa che quando arrivi in un posto rendi tutti felici con la tua presenza. Becca era esattamente questo: uno che conquistava tutti con la sua simpatia, arrivava e portava il sorriso ovunque si trovasse. Non l’ho mai visto litigare con nessuno, e questo racconta chi fosse meglio di qualunque altro aneddoto».



