Finto rapimento poi diventato vero: «Volevo staccare»

Gli altri imputati, che hanno scelto il rito abbreviato, sono stati assolti per intervenuta prescrizione. Per i sequestri di persona – che dovevano essere solo una truffa allo Stato ma che invece sono diventati autentici come per la detenzione in Siria per Sergio Zanotti e Alessandro Sandrini – resta aperta solo la posizione di Ibrahim Ashem Mohamed Hashad, 53 anni, residente a Brescia, che ha scelto il dibattimento. Dovrà rispondere di sequestro di persona.
Nell’udienza che si è tenuta ieri mattina davanti alla Corte d’Assise di Brescia, presieduta da Cristina Amalia Ardenghi, una delle vittime del reato è stata chiamata a raccontare la sua versione. Al banco dei testimoni si è seduto il 38enne Alessandro Sandrini.
Per quello che riguarda nello specifico il tema del processo, ovvero la responsabilità di Ibrahim Ashem Mohamed Hashad, Sandrini, che inizialmente si era costituito parte civile, ha spiegato di «non averlo mai visto prima». E ancora: «Non intendo fare nulla contro di lui».
Rispondendo poi alle domande del pubblico ministero Francesco Carlo Milanesi, Sandrini ha spiegato nel dettaglio come sarebbe stato «agganciato» dai promotori della truffa e perché avesse quindi accettato. «Era un periodo molto buio della mia vita, ero disoccupato e facevo uso di alcol e stupefacenti. Ho anche commesso dei reati per procurarmi il denaro. Quel viaggio, quell’affare che mi hanno proposto mi sembrava un’occasione per staccare da un momento difficile».
Ripercorrendo i mesi di agosto e settembre del 2016, Sandrini ha spiegato di essere stato avvicinato da un conoscente della sua ex fidanzata in un bar e che la prima proposta ricevuta era di un compenso per lui «di 200mila euro. Ma dubitavo perché l’offerta arrivava da un clandestino, da un senza fissa dimora. Poi la stessa cosa me l’hanno fatta altre persone. Il mio compenso è salito a 500mila euro. Mi avevano anche assicurato che non servivano soldi da parte della mia famiglia, che peraltro non ne aveva».
Solo la prima parte del viaggio è andata come programmato. Da Bergamo a Istanbul e poi ad Adana. «Mi avevano detto che sarei stato contattato: il giorno dopo il mio arrivo hanno telefonato dall’Italia e mi hanno riferito che mi stavano aspettando. In strada c’era un uomo con la mia foto sul cellulare. Ho fatto quello che mi è stato indicato».
Sono così iniziati gli oltre 30 mesi in tre diverse prigioni, con solo il Corano da leggere. Sandrini si è convertito all’Islam nel 2017, con razioni di cibo sempre più scarse. Nell’ultimo periodo giungevano le minacce: «Avevo capito di essere in Siria, cadevano bombe. Mi facevano fare dei video perché dicevano che il mio Paese si era disinteressato di me». Una volta liberato, nel 2019, aveva raccontato versioni false: «La verità è quella che ho detto oggi. Dopo due anni e otto mesi di privazione ho perso la fiducia negli uomini. Tutti»
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