Cronaca

Fatture false e metodo mafioso: giro da 60 milioni, 98 gli indagati

Facevano parte di un’associazione per delinquere operativa tra Brescia e Bergamo. Per la procura «agevolata la cosca Molè Priolo Piromalli di Gioia Tauro»
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Il tribunale di Brescia
Il tribunale di Brescia

Fatture per operazioni inesistenti per una montagna di euro. Ma anche compensazione di crediti fiscali mai maturati. E «protezioni», da pagare profumatamente per evitare di finire tra i nemici.

Erano queste le specialità criminali dei promotori e dei compartecipi dell’associazione per delinquere operativa dal 2019 tra le province di Brescia e Bergamo, finita nel mirino del sostituto procuratore Claudia Passalacqua e della tenenza della GdF di Rovato, che nei giorni scorsi hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e contestuale informazione di garanzia.

I numeri

In tutto sono 98 gli indagati. Sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso finalizzata alla frode fiscale, attuata attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e indebite compensazioni, ma anche al riciclaggio e all’autoriciclaggio.

Secondo gli inquirenti, a partire dal 2019, il sodalizio ha inondato la piazza di fatture false. Ammonterebbe a poco meno di 60 milioni l’importo di quelle contabilizzate dalle Fiamme Gialle, e a circa 12 milioni l’Iva evasa.

Ai vertici dell’associazione per la procura c’era Antonio Luppino, dai suoi sodali chiamato Babbo Natale o King. Per gli inquirenti il 57enne originario di Taurianova coordinava l’attività criminosa dalla sua abitazione o dalla sede della società Etic House, dando istruzioni su fatture false e operazioni finanziarie. A lui e ad altri 26 dei 98 indagati la procura contesta l’aggravante mafiosa.

Secondo la pm Luppino e i suoi sodali hanno agito anche per agevolare le illecite attività dell’articolazione territoriale della ’ndrangheta, in particolare della cosca Molè Priolo Piromalli di Gioia Tauro. E lo facevano attraverso l’assunzione di soggetti appartenenti o comunque contigui alla cosca nelle loro società «cartiere», ma anche erogando stipendi a loro favore o consentendo loro di percepire l'indennità di disoccupazione. Il sostegno a questi soggetti per la procura si sostanziava anche nell’assistenza in caso di guai con la giustizia, e nel pagamento dei canoni di affitto.

Le estorsioni

Modalità mafiose, secondo gli inquirenti, si riscontrano anche nelle estorsioni commesse ai danni di un amministratore di diritto di una delle numerose cartiere coinvolte nel business delle fatture false e di un imprenditore finito nella morsa dell’associazione. «Reo» di aver spostato dal conto corrente di una cartiera al suo personale 250mila euro, e per questo prelevato da casa da un commando di quattro uomini, preso a calci e pugni in strada, caricato su un’auto, minacciato di morte e di conseguenze gravissime per i suoi famigliari, il primo fu costretto a sborsare 50mila euro.

Mentre il secondo, per mettere a tacere le richieste estorsive che in pochi mesi gli piovvero da più parti, nel volgere di poche settimane, non dispose solo una teoria di bonifici, ma si privò anche di una tela di Lucio Fontana (del valore di 400mila euro) e di sei orologi di pregio per 865mila euro. L’imprenditore vittima del sodalizio strozzato e terrorizzato arrivò anche ad accettare la protezione di Luppino. Quest’ultimo gli venne presentato come il capo della ‘ndrangheta a Brescia in grado di far allentare la morsa degli estorsori. Per farlo pretese 60mila euro. Poi – ritengono gli inquirenti – si rivelò in combutta con loro. 

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