Disgaggio, dai martinetti all'esplosivo: così si sventra una montagna

Una certa dose di incognita, quando si fanno interventi di questo tipo, c’è sempre. Anche e soprattutto perché la natura è imprevedibile. Infilare gelatine di nitroglicerina nel ventre di una montagna per poi farle esplodere, e rimuovere così una porzione di versante pericolante, è un’operazione complessa, che va studiata, pianificata e coordinata nei minimi dettagli. In gergo si chiama disgaggio.
Luca Albertelli è il geologo che ha coordinato le operazioni di distacco di una grossa porzione di roccia a Sonvico di Pisogne.
Protocollo rigoroso
Il disgaggio, spiega Albertelli, non è un evento unico e isolato, ma un protocollo rigoroso che procede per gradi di intensità crescente. «Si procede per livelli», esordisce il geologo, mettendo in fila la gerarchia di un intervento che parte dal basso per arrivare alla potenza dell'esplosivo. «Si parte in genere da un disgaggio manuale, che si fa proprio fisicamente con gli operatori in fune che operano sulla parete rocciosa ed eliminano manualmente, con dei leverini, i volumi più piccoli, quelli in precaria condizione dove basta una spinta per buttarli giù». È la fase più delicata dal punto di vista umano: in questa fase i tecnici vanno a caccia della fragilità, cercando di prevenire che il piccolo sasso si trasformi in un proiettile.
Tuttavia, non sempre questo primo intervento è sufficiente per raggiungere l’obiettivo. Quando le masse in gioco aumentano, la tecnica deve compiere un passo in avanti. «Il livello superiore – continua il geologo – è il disgaggio utilizzando dei dispositivi, come i martinetti idraulici». Si tratta di strumenti meccanici che utilizzano un fluido (solitamente olio speciale) per trasmettere e moltiplicare la forza. I rocciatori li utilizzano per «allargare» le fratture della roccia: il martinetto viene inserito in una fessura e, gonfiandosi o estendendosi, esercita una pressione tale da far staccare il blocco instabile.

Per il fronte di Sonvico si è dovuti passare al terzo livello, «perché qui si parla di migliaia di metri cubi, ed è necessario intervenire in modo diverso».
Se ancora non basta
La particolarità del fronte di Pisogne risiede infatti nella natura stessa della sua pietra, un'arenaria del Verrucano Lombardo che contiene quarzo. «È un ammasso roccioso intensamente fratturato – precisa Albertelli, analizzando la morfologia del versante –. Ha uno stato di fratturazione talmente pervasivo che, anche dalle fotografie, si capisce bene come quelle fratture così persistenti e continue entrino nel versante isolando questi volumi. È una situazione molto particolare che merita un certo tipo di approccio e attenzione, con estrema cautela».

Non è dunque la qualità della roccia a fare la differenza, ma il suo assetto: «La roccia ha una certa resistenza, contiene quarzo ed è quella che in gergo definiamo "competente", ovvero resistente. Tuttavia, il suo stato di fratturazione è talmente invasivo da far sì che si possano isolare volumi di grandi dimensioni. Parliamo di volumi singoli anche di decine di metri cubi, blocchi che sono di per sé importanti e pericolosi». In pratica, le fratture sono così profonde e diffuse che intere porzioni giganti di parete finiscono per rimanere isolate, trasformandosi in macigni pronti a cadere.
Distacco controllato
È evidente, dunque, quanto sia fondamentale coordinare l’intervento nei dettagli, pur sapendo che non è possibile conoscere con esattezza quale sia lo stato delle segmentazione della roccia all’interno della montagna.
«Comprendere come le fratture che si vedono lungo il versante entrino all’interno del pendio ci consente poi di determinare, con lo studio e la modellazione, come fare le perforazioni, che lunghezza dare, che inclinazione impostare e come orientarle per isolare quel volume con l’esplosivo. L'obiettivo – dice il geologo – è togliere quello che oggi è un problema reale: una grande massa che vorremmo eliminare definitivamente dal versante».
Per farlo, la squadra operativa a Pisogne si è avvalsa della consulenza di Danilo Coppe, uno dei massimi esperti di esplosivistica civile in Italia. Per arrivare a far detonare l’esplosivo, gelatine di nitroglicerina, è necessario completare un lavoro preparatorio che non ammette distrazioni. «Il disgaggio manuale eseguito dai rocciatori è fondamentale per consentire di installare un sistema di monitoraggio delle fratture nella roccia. Durante le attività di perforazione per caricare l’esplosivo e circoscrivere il volume che si vuole togliere, infatti, bisogna controllare costantemente che tutto sia stabile e non si muova».
«Procediamo con due tipi di perforazione – spiega il geologo Albertelli –. Quella più arretrata serve a dare la botta necessaria per staccare il volume dal pendio. Subito dopo, con ritardi millesimali, attiviamo le esplosioni interne alla massa rocciosa per frammentarla il più possibile. Vogliamo evitare blocchi enormi, riducendo tutto in volumi minimi. Ma la natura resta imprevedibile: per quanti rilievi facciamo, le fratture in profondità restano una sfida che i modelli possono solo ipotizzare».
L’incognita, insomma, c'è sempre quando si fa un disgaggio con l'esplosivo. Perché si sa quello che si toglie, ma non si sa poi bene quello ciò che rimane, va rivalutato al termine delle operazioni.
L'innesco avviene a distanza da un unico operatore che dà il via. Tre squilli della tromba danno il segnale che viene attivata l'esplosione e da lì, in poche frazioni, c'è la detonazione.
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