«Mai visto un disagio così grande in 25 anni da giudice minorile»

Laura D’Urbino, bergamasca di Gorge, dal 1999 è giudice per i minorenni al Tribunale di Brescia. Da qualche settimana ha assunto anche l’incarico di presidente, e proprio in queste ore sta tracciando il bilancio dell’attività dell’anno che si è appena chiuso.
Presidente, che anno vi lasciate alle spalle?
«Per noi sono triplicate le pendenze. Tenga conto che ciascuno di noi ha un doppio ruolo, sia civile per quello che riguarda le tutele che penale sul fronte dei reati commessi. Aumentano le rapine e le estorsioni tra i ragazzi perché non si rendono conto delle conseguenze di quello che fanno. In questo momento c’è grande attenzione ai temi della sicurezza e quindi delle gang giovanili, ma il problema è molto più ampio, di un disagio diffuso e di problematiche complesse che noi, proprio per questa doppia veste, vediamo sotto diverse sfaccettature. Per noi i fascicoli sono in grandissimo aumento. Al momento abbiamo pendenti 2500 fascicoli civili e oltre 2000 penali. E siamo solo sei giudici più il presidente».

Quale è la principale emergenza che vede tra i ragazzi?
«Vedo un disagio che non avevo mai visto prima. Dobbiamo renderci conto che è indispensabile intercettare le fragilità prima che diventino devianze perché a quel punto il danno è già in uno stadio avanzato. Il principale problema che vedo è quello dell’accesso molto precoce all’uso di stupefacenti, all’alcol e psicofarmaci. È un dato ancora troppo sottovalutato. L’assunzione di certe sostanze da parte di ragazzi in età così precoce li porta a sviluppare delle problematiche psichiche e quindi sono ragazzi che poi sono bisognosi di interventi terapeutici complessi, servono le comunità a doppia diagnosi ma ci soni pochissimi posti. E si tratta di ragazzi che a quel punto sono già fortemente compromessi, nel penale ne vediamo davvero tantissimi».
In questi giorni è, purtroppo, di grandissima attualità il tema dei coltelli tra i ragazzi. E anche la cronaca recente bresciana ha riportato vicende con ragazzi giovanissimi armati di lame. È un problema che riscontrate anche voi?
«Non ho dati precisi ma empiricamente è un aumento che vediamo. Non solo abbiamo numerosi reati commessi con l’uso di coltelli, ma anche ragazzi che ci dicono che per loro uscire con il coltello è normale. Si giustificano dicendo che lo portano per autodifesa. Mi preoccupa questo dato perché osserviamo in questi giovani un forte discontrollo degli impulsi e quindi il passaggio dal pensato all’atto è molto veloce e senza alcuna riflessione. Sono ragazzi che non sono abituati a rispettare le regole, che reagiscono anche solo per uno sguardo. Se hanno il coltello in tasca l’agito può diventare davvero grave. E guardi che si pensa sempre ad un uso contro gli altri ma in realtà molti lo portano anche per ferirsi, sintomo di un grandissimo disagio».
Cosa potrebbe fare la giustizia minorile e cosa riesce a fare?
«Purtroppo viviamo una pesante carenza di risorse. Nella nostra funzione civile possiamo fare davvero prevenzione, intervenire ma oggi siamo costretti a lavorare solo sull’emergenza. Manca il 40% del personale di cancelleria e non possiamo neppure fissare più udienze. Vediamo ragazzi che non si rendono conto dei reati che commettono, abbiamo l’impressione che siano bisognosi di contenimento e anche di affetto. Avremmo bisogno di più risorse, il mio è un grido d’allarme. Noi come tribunale ma poi a cascata sui servizi sociosanitari del territorio. Noi possiamo scrivere dei buoni provvedimenti ma poi se non ci sono operatori e comunità che possono attuarli in modo efficace e tempestivo rischiamo di lavorare a vuoto. Le risorse non sono adeguate a fronte di un fenomeno emergenziale».
Cosa risponde a chi chiede i metal detector nelle scuole?
«A me sembra la rappresentazione plastica di un fallimento del ruolo educativo. Io vorrei che si lavorasse sulla prevenzione e sull’educazione. Per me siamo ancora in tempo a intercettare i ragazzi, ma serve avere educatori e formarli alla complessità dei problemi di questi ragazzi».
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