Dal tribunale di Sorveglianza: «Siamo sommersi dalle richieste di misure alternative»

Monica Cali fa la magistrata di sorveglianza da più di trent’anni. Sulla sua scrivania sono passate migliaia di richieste di misure alternative, cioè domande di persone in carcere che vorrebbero ottenere l’affidamento in prova al servizio sociale, un regime di semi libertà o la detenzione domiciliare. Mai come negli ultimi tempi, però, da quando è diventata presidente del tribunale di Sorveglianza di Brescia, le richieste si sono intensificate: «Siamo sommersi. Chi è dentro chiede, comunque. E questo tradisce la disperazione di chi è in carcere».
Chi ci prova?
Anche chi è appena entrato. A Canton Mombello sta aumentando il numero di ragazzi con meno di 25 anni con diverse forme di disagio psichico e psichiatrico. Le condizioni del carcere, note a tutti, sono proibitive. Ed è ovvio che finiscano per acuire o slatentizzare i problemi di salute mentale.
Quante domande vi arrivano?
Nel 2023 su 15.669 procedimenti arrivati da noi, circa 7.045 erano richieste di misure alternative. È un lavoro immenso per quattro magistrati più una presidente.
Oltre alla carenza di magistrati, perché è difficile ottenere misure alternative?
I requisiti sono tanti e poi servono luoghi e comunità adatti a supportare queste persone, che spesso non ci sono. Un tempo una parte di questi detenuti veniva portata negli ospedali psichiatrici giudiziari, oggi finiscono direttamente in carcere anche quando non è il posto adatto.
Quindi come viene affrontato il disagio psichico?
Il problema è proprio questo. C’è una zona grigia che si fatica a gestire, perché fisicamente mancano le persone necessarie ad accompagnare un numero così elevato di detenuti con disturbi di questo tipo.
Quanti reclami per «trattamenti inumani o degradanti» in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani sulle condizioni dei detenuti ricevete?
Una marea. Li mandano tutti. In un anno ne abbiamo ricevuti circa 400. Tanti a Brescia hanno fine pena molto lunghi, quindi provano a chiedere come risarcimento una riduzione della pena. Denunciano le condizioni anguste della cella o l’assenza delle corrette attività trattamentali. È però un’istruttoria che assorbe moltissimo le cancellerie.
Ha visto il documentario «11 giorni» su Canton Mombello, uscito da poco?
Sì, un lavoro bellissimo.
Cosa le è piaciuto?
Che c’era un respiro. Non era una narrazione opprimente, per quanto dura. I detenuti hanno dato voce al loro dolore da protagonisti e lasciano aperta una speranza. Faccio questo mestiere da trent’anni, e mi è rimasta una domanda addosso: e se nei miei ragionamenti dovessi aggiungere un pezzo?
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