Da 9 anni aspetta il visto per accudire il nipote malato

C’è il nullaosta della Prefettura di Brescia al ricongiungimento famigliare. C’è anche la speciale autorizzazione all’ingresso in Italia per ragioni di assistenza del Tribunale dei Minori. A mancare, e le parti interessate ne ignorano il perché, è il visto dell’ambasciata italiana ad Islamabad. Un no ostinato che da nove anni si traduce in un grave danno a Muhammad (il nome è di fantasia), alla sua sorellina, al suo papà e alla sua mamma. Il diniego del visto sul passaporto impedisce al nonno del bambino di lasciare il Pakistan e arrivare a Brescia per assisterlo e condividere il peso della sua malattia incurabile con il resto della sua famiglia.
Nato a Brescia nel 2015, Muhammad è affetto da una rara patologia congenita: la metilmalonico aciduria con omocistinuria. La sua malattia colpisce un neonato su 70mila, e non è curabile. Il bambino non metabolizza la vitamina B12, il che comporta anemia, letargia, ritardo della crescita e dello sviluppo, deficit cognitivo e anche convulsioni. Muhammad deve essere assistito 24 ore su 24. Mentre il papà lavora, di lui si occupa la mamma. Quando si rendono necessari i ricoveri il padre, l’unico con uno stipendio e con la patente deve prendere permessi dal lavoro ed essere a disposizione. La mamma del bambino si sveglia ogni giorno con una sfida: sa che deve moltiplicarsi per arrivare a tutto, ma anche che non può permettersi il lusso di abbattersi davanti alla certezza che a tutto non possa arrivare. A farne le spese il più delle volte è la sorellina, costretta a diventare più grande da sola, da subito e in anticipo sui tempi.
A lei e a dare un contributo decisivo alla famiglia ci potrebbe pensare il nonno, il papà del papà di Muhammad.
L’odissea di richieste
Fino a due anni prima della nascita del nipotino, l’uomo viveva e lavorava a Brescia. Nel 2013 però fu costretto a tornare in Pakistan per stare al fianco della moglie malata e incapace di provvedere da sé. Rientrando in patria il nonno perse i diritti acquisiti, a partire proprio dal permesso di soggiorno che gli sarebbe servito nel 2015, alla nascita del nipotino, per tornare in Italia da lui ed aiutarlo.
A partire dal giorno della scoperta della malattia di Muhammad, il 75enne le ha provate tutte per ottenere il lasciapassare. Prima ha chiesto un reintegro del permesso di soggiorno scaduto. Incassato il primo no ha invocato il ricongiungimento famigliare. Davanti al secondo diniego, infine, ha invocato l’articolo 31 del Testo unico dell’immigrazione, quello che consente l’ingresso in Italia per ragioni di assistenza. Il primo sì è arrivato dal Tribunale dei Minori di Brescia, che per decreto gli ha concesso due anni di permanenza sul territorio italiano.
Ma quella «permanenza» è «stata - racconta l’avvocata Simonetta Geroldi cui si è affidato il papà del piccolo - pretesto che l’ambasciata italiana ad Islamabad ha addotto per negare di nuovo il visto. Mancava il riferimento all’ingresso in Italia, considerazione che si commenta da sé. Ci siamo rivolti di nuovo al Tribunale dei Minori, abbiamo ottenuto l’integrazione richiesta, ma anche questa non è bastata. Ho fatto presente - conclude l’avvocata Geroldi - che il mancato rilascio del visto a questo punto è un reato: l’ambasciata è responsabile di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. Ho scritto ad Islamabad, al ministero degli Esteri alla procura della Repubblica del tribunale ordinario e di quello dei minori. Le mie lamentele non hanno sortito alcune effetto».
Intanto il permesso di due anni concesso all’uomo sta per scadere. Muhammad, la sua sorellina, la sua mamma e il suo papà, rischiano di dover ricominciare tutto daccapo.
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