Quello della compagna di Bozzoli è tutto un viaggio che non torna

L’automobile «fantasma», la vacanza senza telefoni, la sosta all’acquario e il ritorno senza memoria: tante incongruenze nella ricostruzione della 42enne
Fuga Bozzoli: il viaggio non convince
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Anche all’Oceanografic di Valencia, il più grande acquario d’Europa per far camminare il bambino in un tunnel sottomarino tra tartarughe, trichechi, mante, meduse e stelle marine come si vedono solo nei cartoni animati, delfini, beluga e terrificanti squali. Sarebbero passati anche da lì nel corso della loro ultima vacanza Giacomo Bozzoli, la compagna Antonella Colossi e loro figlio. Lo avrebbero fatto nel corso del viaggio a tappe verso Marbella. Una sosta programmata, come programmata sarebbe stata l’intera vacanza, ha detto la 42enne gallerista tornata a Brescia venerdì con il bambino, dopo aver lasciato il compagno alla sua latitanza solitaria. Che i Bozzoli, dopo Cannes e prima della rinomata località balneare sulla Costa del Sol, si siano fermati anche a Valencia è circostanza che l’Interpol ora verificherà, come sta cercando di verificare tutto il resto.

Le incongruenze

Gli inquirenti non danno particolare credito alla ricostruzione di Antonella Colossi. Anche perché quanto la donna ha detto rispondendo alle domande del maggiore Carlo Venturini del Nucleo investigativo non ha trovato sino ad ora corrispondenza nei fatti. Le indagini innanzitutto devono e vogliono verificare chi ci sia dietro la prenotazione nell’hotel di Marbella per il periodo tra il 20 e il 30 giugno scorsi a nome dei Bozzoli. Antonella Colossi ha detto di essere partita con il compagno e il figlio all’alba di domenica 23 giugno, di averlo fatto con la Maserati Levante nera di Giacomo finita negli obiettivi dei portali che sorvegliano il traffico prima a Manerba, poi a Desenzano del Garda.

Che i conti non tornino e che la vacanza on the road della famiglia dal Sud della Francia al Sud della Spagna possa essere un tentativo di confondere le acque, per gli inquirenti è innanzitutto nel fatto che l’hotel sarebbe stato prenotato a partire dal 20 giugno, quindi con largo anticipo rispetto alla partenza da casa, ma soprattutto all’arrivo a destinazione. Tra Soiano, dove il 39enne condannato all’ergastolo per l’omicidio dello zio, la compagna e il figlio vivevano fino a poche settimane fa, e Marbella ci sono 2.100 km abbondanti, percorrendo la strada più breve. Calcolando una tappa a Cannes, una a Valencia, in albergo i Bozzoli non dovrebbero essere arrivati prima del 26. Che senso ha?

E poi. La compagna di Giacomo ha detto anche di aver viaggiato tutto il tempo sulla Maserati nera. Dopo essere stata «catturata» a pochi chilometri da casa, però la vettura sparisce dalla circolazione. Possibile che riesca a passare inosservata per più di duemila chilometri?

Le ipotesi

Bozzoli in tribunale a Brescia durante il processo
Bozzoli in tribunale a Brescia durante il processo

Possibile anche che, come ha riferito la 42enne, lei abbia perso il telefono a Cannes e che Giacomo Bozzoli l’abbia lasciato direttamente a casa? Possibile sì, anche perché un cellulare di Giacomo era in un cassetto nella villa di Soiano del lago. Quello che gli inquirenti ritengono impossibile è che i due abbiano viaggiato con un bambino di 9 anni, senza un telefono, che si siano informati circa la conferma dell’ergastolo «da fonti aperte» attraverso un internet point e che fossero più in generale tagliati fuori dal mondo. Chi investiga è propenso a ritenere che Bozzoli un telefono ce l’avesse. E che avesse pure una, se non più, sim schermate, intestate a persone irrintracciabili.

Tantissimi dubbi si addensano inoltre sul momento dell’addio e sul viaggio di ritorno della donna e del bambino. Antonella Colossi ha riferito che la scoperta della conferma dell’ergastolo è stata «uno choc da perdere la memoria» e che è stata durissima dire al figlio che il padre si sarebbe dovuto allontanare. Da quei drammatici momenti a Marbella al pomeriggio di venerdì in Centrale a Milano poi un vuoto di memoria di almeno tre giorni, costellato da «non so» e «non ricordo» che per gli inquirenti hanno un solo scopo: non esporsi a verifiche che potrebbero smascherare il depistaggio

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