Cesio 137 all’ex Piccinelli, gara in estate. Pressing su Roma per trovare i fondi

La ex cava sarà analizzata di dieci metri in dieci metri. Indagini, campionamenti e sondaggi saranno eseguiti in 43 punti (quelli che, tecnicamente, si chiamano «maglie»), fino a comporre una «radiografia» completa e, soprattutto, necessaria per mettere in moto la macchina dei cantieri per la messa in sicurezza (si spera) definitiva. Anche perché i rifiuti da maneggiare sono della peggior specie: scorie radioattive. E pure il quantitativo non è certo da sottovalutare: sotterrate in via Cerca, a ridosso del Parco delle cave, in città, ci sono ben 1.800 tonnellate di scarti di acciaieria impregnati, per la precisione, di Cesio 137. Una storia ormai antica, quella dell’area Piccinelli, finita decenni fa sul groppone del Comune, che si trova a dover agire in via sostitutiva con la regia e la supervisione della Prefettura (a cui è affidata la competenza, appunto, per vigilare sui siti contaminati da materiali radioattivi).
Ora, dopo che il dossier è passato sul tavolo di cinque amministrazioni, l’architettura degli interventi inizia a farsi meno sfocata. A dare una mossa al pachidermico iter è stato, infatti, il nullaosta dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare (alias: Isin) al piano di caratterizzazione elaborato dal Comune. In parole più semplici: la novità è che c’è il cronoprogramma (e, quindi, tempi certi) d’azione. Non si è invece ancora risolta una vecchia eredità (burocratica sì, ma sostanziale): al momento, i soldi non ci sono. E quindi? Loggia e Prefettura insieme - assicura l’assessora alla Transizione ecologica, Camilla Bianchi - avvieranno in modo incisivo «il pressing su Roma per reperire le risorse necessarie». Di che preventivo stiamo parlando? La risposta definitiva arriverà «quando sarà concluso il progetto esecutivo».
Lavori a inizio 2025
Partiamo dai dati di certezza: lo storytelling del futuro prossimo. Inizia il lavoro per redigere il progetto esecutivo del piano di caratterizzazione, comprensivo di schede tecniche e tavole di riferimento, operazione che si immagina conclusa alla fine di aprile, ma che (facilmente) potrebbe essere messa in stand-by da una prima tranche di analisi necessarie per definire nel dettaglio il progetto. Il che sposterebbe l’asticella della scadenza alla metà di luglio. Proprio per questo la gara d’appalto è preventivata in estate, tra luglio e settembre. Subito dopo, scatterà l’ora delle attività preliminari (potatura, misura radiologica, area di cantiere) per arrivare in autunno a effettuare perforazioni e campionamenti. La fase clou, ovvero la messa in sicurezza e la gestione dei rifiuti stoccati nel sito (smaltimento incluso), inizierà quindi nei primi mesi del 2025. A quel punto però - tra febbraio e aprile, ovvero quando si dovrebbe iniziare a realizzare il famoso bunker - i soldi dovranno essere in cassa, o la macchina rischierà di incepparsi di nuovo.
La messa in sicurezza con la realizzazione di un sarcofago in loco nel quale confinare le scorie radioattive è la strada senz’altro più economica e giudicata come la più percorribile, specie perché per ora in Italia non esistono ancora depositi idonei e trasportare quei rifiuti radioattivi all’estero triplicherebbe i preventivi di spesa. D’altro canto è innegabile che l’altra via, quella della bonifica con la rimozione di tutti i 1.800 metri cubi di scorie, sia la più sicura dal punto di vista ecologico e anche quella preferibile. Un preventivo informale circolava una manciata di mesi fa negli uffici dell’assessorato all’Ambiente e azzardava una spesa compresa tra i 15 e i 20 milioni di euro.
Il rebus finanziamenti
Con quale metodo intervenire e con quanti (e quali) quattrini restano i due grattacapi principali. Il primo fronte sarà dipanato quando il piano di caratterizzazione pratico consegnerà il suo epilogo e sarà dunque chiaro l’affresco ambientale che le istituzioni si troveranno di fronte.
Per quanto riguarda il fronte economico, l’ex cava Piccinelli non se l’è mai passata bene. Nell’aprile 2019 l’allora prefetto Attilio Visconti riuscì ad accaparrare per Brescia i finanziamenti statali messi a disposizione nel 2017 dal «fondo di rotazione per le bonifiche di siti contaminati da incidenti radioattivi». Di quei trasferimenti, all’area di via Cerca è stato assegnato un milione di euro: da questo budget si è potuto tuttavia attingere solo dal dicembre 2021, data in cui è stato ufficializzato l’accordo.
Adesso, da quel «conto corrente» bisogna sottrarre i 300mila euro impegnati per realizzare il piano di caratterizzazione e il progetto esecutivo. Resta quindi un saldo di 700mila euro, cifra che potrebbe essere impiegata per effettuare le analisi. «Bisognerà capire, attraverso la Prefettura, chi pagherà tutte le analisi: se il Ministero utilizzando quei 700mila euro, o se direttamente l’Arpa» precisa Bianchi. Fatto sta che tanto nel primo quanto nel secondo caso, il portafoglio della ex caca Piccinelli è vuoto.
Come mai il Comune è costretto a gestire anche questo sito inquinato in via sostitutiva? Per capirlo, bisogna riepilogare brevemente la storia dell’ex cava. I responsabili della presenza delle scorie radioattive nel sito di via Cerca non furono i proprietari (ovvero la famiglia Piccinelli), ma una ditta che all’epoca lavorava scorie e rottami: la Cagimetal, azienda ormai fallita. Per questo la patata bollente è finita anche sul tavolo di Palazzo Loggia, che si trova a dover agire in via sostitutiva con il coordinamento della Prefettura.
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