«Casa Cottarelli, la scena del crimine più brutta della mia carriera»

Pietro Di Sabato, ispettore della Squadra Mobile all’epoca della strage in via Zuaboni, ripercorre la giornata e gli anni successivi
L'attuale comandante della Polizia Stradale Federica Deledda e l'ex ispettore Pietro Di Sabato mentre escono dalla villetta di Urago - © www.giornaledibrescia.it
L'attuale comandante della Polizia Stradale Federica Deledda e l'ex ispettore Pietro Di Sabato mentre escono dalla villetta di Urago - © www.giornaledibrescia.it
AA

Immagini di violenza, sangue e morte. Che non riesce a cancellare. Nonostante siano passati 18 anni. «Mai visto tanto male tutto insieme» racconta Pietro Di Sabato. Oggi poliziotto in pensione e il 28 agosto 2006 ispettore della Squadra Mobile della Questura e tra i primi ad entrare nella villetta di via Zuaboni ad Urago Mella dove vennero uccisi il padrone di casa Angelo Cottarelli, la moglie Marzenna e il figlio adolescente Luca. Vittime di quella che sui giornali è poi stata ribattezzata la strage Cottarelli.

Di Sabato, quale è il primo ricordo di quel giorno?

«Sono in giro di pattuglia, arriva una chiamata con i colleghi della Volante che dicono che c’è una situazione strana in un’abitazione ad Urago Mella. Arriviamo in pochi minuti».

E cosa trovate?

«La scena del crimine più brutta della mia carriera da poliziotto. Immagini che mi sono rimaste dentro anche perché una delle vittime aveva 17 anni e da padre vedere un ragazzino ridotto così non lo puoi accettare. Quando entro nella villetta incrocio i soccorritori che portano in ambulanza Angelo Cottarelli, ancora vivo ma in condizioni disperate tanto è vero che morirà poco dopo. Aveva una salvietta sul collo. Il resto della famiglia è invece al piano inferiore, in taverna».

L'ex ispettore della Squadra Mobile all'ingresso di Casa Cottarelli - © www.giornaledibrescia.it
L'ex ispettore della Squadra Mobile all'ingresso di Casa Cottarelli - © www.giornaledibrescia.it

Tutti già morti.

«Quando scendo in taverna madre e figlio sono seduti su due poltrone. Legati. E già uccisi. Con la gola tagliata e solo dopo ci accorgiamo che sono stati anche raggiunti da colpi di pistola. Alla nuca con una calibro 22. Giustiziati sotto gli occhi del marito e padre. Terribile. Con la sequenza: prima sparo e poi coltello altrimenti ci sarebbe stato ancora più sangue di quello che era presente».

Le indagini che pista hanno seguito?

«Abbiamo immediatamente pensato ad un regolamento di conti. La casa non era in disordine. A commettere il triplice omicidio non potevano essere dei ladri scoperti a rubare. Le modalità hanno fatto pensare subito ad altro e non ad una replica della Strage di Torchiera di Pontevico di qualche anno prima quando anche lì venne uccisa un’intera famiglia».

La strage della famiglia Cottarelli avviene in un’estate, quella del 2006, terribile per Brescia con sette omicidi e nove vittime in poco più di un mese. Che clima si respirava?

«Aria pesantissima, c’era una forte pressione mediatica come sempre avviene in vicende simili. Erano state organizzate anche fiaccolate e manifestazioni pubbliche. Va detto che solo uno dei sette omicidi (quello del pakistano Muhammad Ilyas, 48enne ucciso in strada in via Bianchi in città, ndr) non è stato risolto».

Da poliziotto come sono stati i giorni successivi alla scoperta del triplice omicidio Cottarelli?

«Sono stato fuori casa per 33 giorni. Di fatto tornavo solo a cambiarmi. Sono sempre stato convinto che le indagini con i particolari degli omicidi devi chiuderle in 40-45 giorni altrimenti è tutto più complicato. C’era la voglia di trovare i responsabili anche perché personalmente non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine del ragazzino di 17 anni ucciso con mamma e papà in casa. Quindi la maggior parte del tempo l’ho passato in strada. Ripeto, abbiamo pensato subito ad un regolamento di conti anche perché poi si era arrivati a capire che Angelo Cottarelli era conosciuto per aver commesso qualche truffa e abbiamo pensato che fosse finito male proprio a causa di un raggiro».

E così le indagini vi portano in Sicilia.

«Dall’analisi delle celle telefoniche troviamo subito un numero di telefono. E arriviamo a Dino Grusovin e ai cugini di Trapani Vito e Salvatore Marino. Le intercettazioni ci aiutano a capire che avevano legami con Angelo Cottarelli e che erano stati effettivamente a Brescia».

La prima svolta nelle indagini quando avviene?

«Un passaggio importante è quando ho trovato la Punto che avevano noleggiato in aeroporto per arrivare a Brescia. Avevo fatto il giro di tutti i noleggi perché dalla Sicilia non potevano essere arrivati a piedi. Identifico la Punto a Linate e poi qualche settimana dopo torno a Milano a prendere uno dei cugini Marino, Vito, che avevo atteso sotto lo studio del suo avvocato milanese. Lo avevo prelevato direttamente dalla sua auto... Ero presente anche all’arresto di Grusovin, il faccendiere che poi confermò di essere stato a casa Cottarelli con i Marino, ma di non aver visto l’esecuzione perché si era fermato al piano di sopra. Spiegò anche che ad un certo punto temeva anche lui di essere ucciso. Parlò anche della presenza di un quarto soggetto, di un pugliese che però non abbiamo mai trovato e nemmeno realmente capito se sia davvero esistito».

L’iter giudiziario della Strage Cottarelli è stato lunghissimo tra primo grado, appello, appello bis e Cassazione e in mezzo pure la latitanza dei Marino. Grusovin è stato condannato a 20 anni, Vito Marino all’ergastolo ed è morto in carcere nel 2021 mentre stava scontando la pena mentre il cugino Salvatore è stato definitivamente assolto. Cosa pensa?

«Grusovin, che senza dubbio nella villetta c’era stato, racconta che entrambi i Marino erano in casa. Per i giudici invece non c’era certezza che Salvatore Marino fosse stato davvero nell’abitazione di via Zuaboni quel 28 agosto 2006. Io ho convinzioni diverse, ma rispetto le sentenze».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.