Cronaca

Carte falsificate, affari milionari: il broker Savio patteggia un anno

Si aggiunge ai tre che aveva già concordato nel mese di luglio: probabilmente li sconterà in libertà con misure alternative alla detenzione
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

La Guardia di Finanza al lavoro, foto d'archivio
La Guardia di Finanza al lavoro, foto d'archivio

Un altro anno, in continuazione con i tre che a luglio gli aveva accordato il giudice dell’udienza preliminare di Brescia Alessandro D’Altilia. Tanto ha patteggiato ieri davanti al gup di Monza, Marco Savio, il sessantenne broker bresciano, fratello del magistrato antimafia Paolo Savio, finito al centro di una duplice inchiesta (oltre che della Procura monzese anche di quella di Brescia) per truffa aggravata allo Stato, bancarotta, autoriciclaggio e false comunicazioni sociali.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti bresciani, in qualità di mediatore finanziario di Banca Progetto, tra il 2017 e il 2022 Savio aveva indebitamente ottenuto finanziamenti per 3 milioni e mezzo di euro, l’80% dei quali garantiti dallo Stato. Secondo l’ipotesi accusatoria lo aveva fatto falsificando le carte e facendo figurare floridi i bilanci della sua azienda. Aveva così indotto in errore chi quei fondi ha poi erogato, per poi dirottarli in buona parte, sui suoi conti.

L’accusa

La Procura della Repubblica di Monza, al 60enne broker bresciano, contesta ipotesi fotocopia. Oltre all’associazione per delinquere finalizzata alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, al riciclaggio e all’autoriciclaggio in concorso con altre undici persone, secondo i magistrati brianzoli, Savio ha avuto un ruolo centrale in almeno cinque ipotesi di truffa. Ha facilitato l’accesso ai finanziamenti fraudolenti e curato le istruttoria delle pratiche. Ha inoltre fornito indicazioni su come falsificare la contabilità, strutturare società fittizie e presentare richieste di finanziamento fraudolente, garantendo il buon esito delle operazioni.

Ma - per l’accusa – ha anche organizzato le messe in scena per simulare l’operatività delle società beneficiarie dei prestiti. Avrebbe organizzato l’affitto di capannoni, l’installazione di macchinari ed insegne, ma anche l’impiego di falsi operai per passare indenni i sopralluoghi dei verificatori. Secondo la ricostruzione degli inquirenti brianzoli Savio avrebbe trattenuto per sé il 25% degli importi finanziati. Grazie alla sua attività il sodalizio del quale era parte avrebbe incassato più di 13 milioni e mezzo di euro.

Difeso dagli avvocati Giuseppe Pesce, Massimo Bonvicini e Guido Alleva, a metà settembre Marco Savio è tornato il libertà. Tra carcere e arresti domiciliari ha trascorso dieci mesi in custodia cautelare. Con tutta probabilità sconterà il resto della pena in libertà, grazie ad una misura alternativa alla detenzione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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