Bullismo già alle medie: ragazze, stranieri e più poveri le vittime

Il bullismo c’è da sempre: potremmo citare il Franti di «Cuore», quadri, come «The bully of the neighbourhood» di Brown del 1866, o ricordare, tanto per citare una vittima eccellente, quel gruppo Facebook aperto per ricordare a Stefani Germanotta che non sarebbe mai diventata famosa. E oggi quella ragazza è Lady Gaga. Il fatto che molti studenti ne siano stati vittime nei secoli non lo rende meno grave e non aiuta chi lo sta vivendo a non soffrirne e a reagire.
Il fenomeno
Ma cosa è il bullismo? Per il ministero dell’Istruzione non è altro che un insieme di «azioni violente e intimidatorie esercitate da un bullo, o un gruppo, su una vittima». Le violenze possono essere fisiche, verbali o persecuzioni. Al bullismo «tradizionale» si è affiancato, con il diffondersi delle nuove tecnologie, anche il cyberbullismo, qui le violenze arrivano attraverso messaggi ed e-mail, video offensivi postati sui social e molto altro. E si moltiplicano.
I numeri raccolti negli studi statistici delle Nazioni unite raccontano un fenomeno in crescita; uno studente su tre tra i 13 e i 15 anni ne sarebbe stato vittima almeno una volta soprattutto nei paesi industrializzati. Anche l’Istat ha provato a dare una dimensione al fenomeno: nell’edizione 2014 dell’indagine «Aspetti della vita quotidiana» più del 50% degli intervistati tra gli 11 e i 17 anni ha riferito di essere rimasto vittima di episodi offensivi, non rispettosi o violenti. Il 19,8% una o più volte al mese.
E la differenza di genere si riscontra anche in questo caso con le femmine che hanno evidenziato una percentuale di vittimizzazione superiore rispetto ai maschi: oltre il 55% delle giovani qualche volta nell’anno e il 20,9% con cadenza mensile contro, rispettivamente, il 49,9% e il 18,8% dei coetanei maschi. Anche i ragazzi di origine straniera sono più esposti rispetto agli italiani.
L’indagine del 2021 (con ancora le restrizioni della pandemia) ha messo in luce che l’età più critica è quella delle medie (11,7% contro il 7,9 delle secondarie di secondo grado). Il 9,4% degli intervistati tra gli 11 e i 18 anni ha dichiarato di aver assistito, o di essere a conoscenza, di episodi cyberbullismo.
Chi ha una condizione economica meno stabile, poi, viene preso più di mira: solo il 7,9% di chi si dichiara ricco è stato vittima di bullismo contro il 16,2% di chi dice di appartenere ad una famiglia povera. Il dato più recente, però, arriva dall’Osservatorio indifesa di Terre des Homme: nel 2023 il 47,7% è stato vittima di bullismo o cyberbullismo e 5 su 10 hanno assistito a violenze fisiche, psicologiche o aggressioni. Gli effetti sono, dice il rapporto, sfiducia nelle proprie capacità o negli altri (38%), isolamento (21%), peggioramento del rendimento scolastico (21%), attacchi d’ansia o panico (19%), disturbi alimentari (12%), depressione (11%) e autolesionismo (8%).
Le strategie
«Il fenomeno è complesso – come ha detto martedì a Teletutto lo scrittore-poliziotto Domenico Geracitano che ha all’attivo diverse pubblicazioni e progetti sul tema – e il bullo stesso è una vittima. Chi fa del male sta male. Con loro bisogna costruire e in questo è fondamentale l’esempio e parole buone perché la rabbia diventi forza per focalizzare i sogni e raggiungere il benessere».
L’obiettivo, però, non è tanto sanzionare, quanto prevenire. Per questo si entra nelle scuole e si parla di bullismo e cyberbullismo. E qualche volta capita di abbattere muri solidissimi (vi raccontiamo una storia nell’articolo qui accanto). La vittima, spesso silente, comincia a raccontare, ad affrontare la sua paura, ma c’è un terzo attore in scena tra vittima e bullo, colui che assiste: «Il silenzio è il primo reato» ammonisce Geracitano.
La scuola
«La scuola da sola non può nulla, la famiglia da sola non può nulla. C’è bisogno di una sinergia da costruire» a dirlo è Chiara Emilguerri, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo di Iseo, scuola capofila della rete «CyberDefender - Scuole connesse» che riunisce una trentina di istituti tra Sebino, Garda, Valcamonica e Bassa – ma la volontà è di ampliarla fino ad una dimensione provinciale – che vogliono «fare sistema per far fronte alle emergenze». In campo ci sono molti progetti e ogni ente e associazione ne ha uno, soprattutto per prevenire e sensibilizzare sul tema, ma «quando arriva il momento critico, che sia un bullo, una minaccia di suicidio, violenze o angherie – aggiunge la dirigente – la scuola si trova da sola e ha strumenti limitati».
È necessario, quindi, creare collegamenti funzionali perché si sappia con certezza come agire nei momenti di criticità, sapere a chi chiedere aiuto. Per questo la rete si è data del tempo per fare il punto su «cosa è stato fatto, quali azioni hanno dato risultati migliori, analizzare i bisogni e cosa bisogna fare. E in sinergia».
«Stiamo stilando un questionario – aggiunge Paola Ceretta, referente dell’Ic per bullismo e cyberbullismo – che manderemo nelle scuole. Da qui partirà la costruzione di un nuovo modello provinciale. Non basta più sensibilizzare, bisogna riparare. E dare risposte specifiche e individuali».
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