Crescono le donne manager: le voci delle bresciane

Nel 2023 in provincia c’erano 498 dirigenti donne, +6,45 rispetto al 2022, che rappresentano però ancora solamente il 22% del totale: abbiamo intervistato quattro manager che lavorano nel Bresciano
In aumento le donne manager
In aumento le donne manager
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Quanta strada c’è ancora da fare? Molta. Ma c’è anche un dato da cui partire: +5,1%. Certifica che le manager donne (nel privato) in Italia sono aumentate, passando da poco più di 27mila nel 2022 a 28.544 nel 2023. La variazione è decisamente più eclatante se si tiene in considerazione un arco temporale più ampio: rispetto al 2008 la crescita delle donne che ricoprono ruoli dirigenziali è stata del 101,5%. Sono i numeri forniti da Manageritalia, che ha elaborato i dati Inps.

A Brescia

In provincia di Brescia nel 2023 le manager donne erano 498, il 22% del totale, ossia quei 2.221 dirigenti contati nel Bresciano: va da sè, quindi, che i manager uomini fossero 1.723. Rispetto al 2022 tra le dirigenti donne l'aumento è stato del 6,4% (quasi un punto percentuale in più rispetto al dato nazionale), tra gli uomini si è fermato al 1,4%, in totale ha toccato il 2,5%.

Nel bresciano le donne nei ruoli dirigenziali sono però aumentate moltissimo in 15 anni: il +201,8% sul 2008 certifica che il mondo del lavoro è cambiato e sta cambiando. È evidente però che, partendo da numeri molto bassi, si registri un incremento enorme in un lasso di tempo lungo: decisamente più lieve è infatti la crescita che si osserva negli ultimi anni, dove i numeri sono sì positivi, ma mantengono un aumento più lento.

I numeri parziali dell’anno scorso confermano Comunque quanto visto nel 2023. Secondo il rapporto Donne manageritalia nel terziario la crescita in tutto il paese è stata del 9% tra le donne e del 4% degli uomini, per un +5% totale di dirigenti. 

Giovanna Montiglio

Giovanna Montiglio © www.giornaledibrescia.it
Giovanna Montiglio © www.giornaledibrescia.it

Giovanna Montiglio è business developer di Fedabo, una energy service company con sede a Darfo che si occupa di gestione dell’energia per le aziende. «Ho iniziato a lavorare con mio padre, ma a un certo punto abbiamo chiuso e quindi mi sono dovuta reinventare: mi sono rimessa in gioco parecchie volte – spiega Montiglio -. Ho fatto la gavetta, riuscendo a costruirmi una carriera».

Sempre con un pensiero ben fisso in mente. «Ho due sorelle e per tutte noi il mantra è sempre stato “indipendenza economica e psicologica”: due cose che spesso sono correlate e che cerco di insegnare sia a mia figlio che a mia figlia. È troppo importante riuscire ad avere una vita al di fuori del lavoro: le donne in Italia hanno da sempre l’attività di cura sulle spalle, ma fortunatamente le cose stanno cambiando. Credo molto nella generazione Z, ho tante colleghe giovanissime che hanno una prospettiva completamente diversa da quella che avevo io. Per qualche amica io ero una pazza perché i miei figli stavano con la babysitter mentre io ero a lavoro».

I tempi cambiamo dunque, ma cosa si può fare per accelerare il processo verso l’uguaglianza? Soprattutto nel mondo del lavoro, nel quale le differenze tra uomini e donne sono ancora molte. «Non credo che sia giusto parlare di rivoluzione perché penso sia impossibile – precisa Montiglio –. Piuttosto è importante cambiare la narrazione della donna nel mondo del lavoro, partendo dalle famiglie e dalle scuole. Mancano politiche giovanili e per le famiglie: in Italia purtroppo tutto questo non c’è». 

Ma c’è un chiaro problema, oggettivo, anche nelle aziende. «Una volta sono andata via da una società perché per loro ero già arrivata al massimo: molti miei colleghi uomini potevano avanzare, per me invece non c’era margine di crescita. Sono certa che questa è una difficoltà incontrata almeno una volta nella vita da tutte le donne che sono nel mondo del lavoro. Adesso c’è la certificazione della parità di genere: è un piccolo passo, ma rappresenta un punto di partenza su cui è obbligatorio lavorare, come la promozione delle materie stem tra le ragazze, che possono così iniziare a popolare settori molto “maschili”». 

Barbara Ulcelli 

Barbara Ulcelli © www.giornaledibrescia.it
Barbara Ulcelli © www.giornaledibrescia.it

Barbara Ulcelli è amministratrice delegata di Img macchine, azienda di Capriano del Colle che produce presse per stampaggio. «Non nasco imprenditrice – specifica –. Dopo la laurea in economia ho iniziato a lavorare in un’azienda che ha chiuso nel giro di pochi anni. Io e tre miei colleghi abbiamo allora deciso di intraprendere una nuova avventura e dopo 19 anni fortunatamente siamo ancora qui». 

Ulcelli guida l’azienda dal 2006. Una donna in un mondo, quello della metalmeccanica, oggi ancora prettamente maschile. «Io non ho mai voluto fare la business woman – specifica –, ma la vita spesso ti presenta delle opportunità che non ti aspetti. Quando abbiamo deciso di mettere in piedi l’azienda io ero quella meritocraticamente più idonea perché avevo una laurea, mentre i miei colleghi avevano una preparazione più tecnica. Poi è evidente che noi donne abbiamo sempre qualcosa in più da dimostrare: questo è un dato di fatto. Io però accolgo tutto questo come qualcosa di positivo, o meglio, è sempre uno sprone a volere di più, a prepararsi di più, ad essere più capaci».

Qualche episodio discriminatorio c’è stato: «“Buongiorno signorina, mi passa l'amministratore”, ma l’amministratore ero io», combattuto da Ulcelli con «un grande lavoro su me stessa, che mi ha portato ad avere più confidenza e a dimostrare di essere più sicura. Questo è fondamentale perché noi donne tendenzialmente rifuggiamo i ruoli di potere sentendoci sempre impreparate: chiaramente è un ragionamento figlio di un costrutto culturale».

L’Ad di Img ci tiene però a precisare. «Io credo sia arrivata l’ora di fare un passo oltre maschi e femmine. Se c’è una cosa che mi fa arrabbiare e quando dicono “finalmente in quel ruolo è arrivata una donna”: cosa vuol dire? Che avete messo me solo perché sono una donna? Se fossi stato maschio non me lo avreste dato perché non me lo meritavo? lo trovo molto sminuente. Allo stesso modo bisogna lavorare sui sensi di colpa: non si può più pensare che se non siamo sempre a casa con i figli manchiamo in qualcosa. I ruoli in famiglia vanno divisi equamente». 

Cristiana Bossini

Cristiana Bossini © www.giornaledibrescia.it
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Cristiana Bossini è vicepresidente e amministratrice delegata della Rbm che produce componenti idrotermosanitari a Nave. «Sono figlia di un imprenditore di Lumezzane, dove la mentalità tanti anni fa era molto chiusa. Io fortunatamente avevo un padre abbastanza illuminato e quindi sono cresciuta con l’idea che la mia strada sarebbe stata questa», tiene a precisare.

La vicinanza con il padre è stata fondamentale per la formazione di Bossini. «Ho girato tutti gli uffici dell’azienda – spiega –. Fisicamente ero accanto a lui e assorbivo, sia a lavoro che a casa, più informazioni possibili. Ho cercato di tirargli fuori tutto quello che pensavo fosse utile». Le cose sono poi cambiate con la morte del padre nel 2008, da quel momento più responsabilità per Bossini, che oggi ricopre anche il ruolo di responsabile dell’ufficio acquisti e della supply chain».

Il mondo del lavoro, però, è ancora caratterizzato da una forte presenza maschile. «Anche se le cose stanno cambiando è evidente che siamo in minoranza – evidenzia –: in dieci riunioni succede forse una volta di incontrare un’altra donna dall'altra parte. Noi in azienda abbiamo un po’ di quote rosa, anche se è una definizione che non amo: per me una donna dev’essere messa in un ruolo se vale. Da noi le donne valgono tanto quanto gli uomini e hanno lo stesso stipendio: non c’è assolutamente nessun tipo di discriminazione di genere».

Bossini è comunque certa di una cosa: «Una donna per farsi valere dev’essere molto preparata». Il punto cruciale è quello di sempre: due pesi due misure. «Se un uomo sbaglia qualcosa gliela fanno passare, se a commettere lo stesso errore è una donna le reazioni sono decisamente diverse. E poi se da donna ricopri un ruolo importante è sempre merito di di un uomo: sei la figlia di qualcuno o la moglie di qualcuno. All’inizio si fa molta più fatica perché devi costantemente dimostrare qualcosa. Io ormai lavoro da più di trent’anni e sicuramente adesso mi sento tenuta più in considerazione. Purtroppo però temo che le stesse difficoltà che ho incontrato io ci siano anche per chi inizia a lavorare oggi». 

Isabella Manfredi

Isabella Manfredi © www.giornaledibrescia.it
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Isabella Manfredi, sustainability manager e direttrice della comunicazione e relazioni esterne di Feralpi Group. Una vita spesa per la sostenibilità, con la voglia di portarla dentro le aziende fin da quando i tempi decisamente non erano sospetti. «Inizialmente mi occupavo di comunicazione e di servizi per il mondo dell’industria – spiega –. Un master in sostenibilità a Milano mi ha permesso di portarla all’interno di Feralpi Group. Dall’altra parte ho trovato sempre grande apertura e con il tempo siamo riusciti a delineare la misurazione dei valori non economici generati dal business».

Anche Manfredi è una donna che lavora in un settore nel quale gli uomini sono in netta maggioranza. «È stato difficile come donna in un settore siderurgico? All’inizio sì perché era chiuso e diffidente, ma questo vale a grandi linee per tutti i settori manifatturieri, nelle capital intensive – precisa –. Una figura femminile che entrava in un ambiente rigorosamente maschile, gestito da ingegneri, da numeri, da processi, da strutture che erano  misurate per essere efficientate dal punto di vista produttivo, diventata un argomento. In Feralpi gli azionisti hanno però dimostrato visione». 

In Italia resta comunque una forte disparità tra uomini e donne nei ruoli dirigenziali. Un problema trasversale, che interessa diversi strati della società. «È evidente che ci siano delle difficoltà oggettive – sottolinea –. Oggi credo però che una donna con le competenze giuste possa arrivare a ricoprire ruoli importanti all’interno di un’impresa: io ammetto che dall’altra parte non ho mai trovato qualcuno che non mi reputasse all’altezza di un uomo». 

Ma quindi la parità di genere nel mondo del lavoro è un orizzonte possibile a breve termine? «È un percorso ancora lungo», ammette Manfredi, che però specifica: «C’è molta ipocrisia su questo tema: se lo si deve fare perché è bello farlo, per una sorta di perbenisimo, non si va da nessuna parte. È lo stesso discorso che posso fare per la sostenibilità: è solo un prerequisito che mi permette di operare o ci credo davvero? Se devo aprire il mondo del lavoro alle donne perché è un’imposizione allora non abbiamo la giusta maturità culturale. Ripeto: ci sono difficoltà. Nelle famiglie, nel sistema educativo, nella scuola e nel lavoro. Non bisogna però rimanere incastrati sotto il velo che si crea tra verità e ipocrisia». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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