Scarpe, giubbini, jeans e maglie sequestrati durante le operazioni contro la contraffazione che invece di finire distrutti tornano a nuova vita per aiutare chi vive in difficoltà. A Brescia prende forma il protocollo siglato tra Corte d’Appello, Procura generale, Tribunale, Procura della repubblica e associazione Dormitorio San Vincenzo De Paoli per il riutilizzo sociale dei beni confiscati non vendibili.
L’esordio

La prima consegna è avvenuta oggi alla Casa San Vincenzo: 566 capi d’abbigliamento, frutto di recenti sequestri eseguiti dalle forze dell’ordine, in particolare sul lago di Garda. Un progetto che unisce legalità, solidarietà e sostenibilità ambientale. A spiegare la nascita dell’iniziativa è stata la presidente della Corte d’Appello di Brescia Giovanna Di Rosa, che da tempo rifletteva sul destino della merce confiscata. «Fare rivivere questi oggetti è utile per tutti» ha spiegato durante la presentazione.
Molti dei beni sequestrati restano infatti custoditi per anni nei corpi di reato o nelle caserme in attesa della distruzione definitiva, con costi per lo Stato e impatto ambientale. L’idea è stata quindi quella di trasformare ciò che nasce da un illecito in una risorsa concreta per la collettività. Il protocollo non riguarda soltanto la San Vincenzo. Come ha spiegato Di Rosa, tutte le associazioni che operano nel sociale potranno rivolgersi alla Corte d’Appello per ottenere beni sequestrati destinabili a fini benefici.
La sartoria sociale

Dietro la redistribuzione c’è poi il lavoro della sartoria sociale dell’associazione. Qui opera Mansour, incaricato di rimuovere etichette, loghi e marchi contraffatti dagli indumenti sequestrati. Un passaggio indispensabile per rendere i capi nuovamente utilizzabili e distribuibili in modo legale. «Molte delle persone che arrivano da noi non hanno nulla» racconta la presidente dell’associazione Dormitorio San Vincenzo De Paoli Bona Suliotti.
«Dormono all’aperto, hanno vestiti sporchi o rovinati e hanno bisogno anche semplicemente di cambiarsi». Solo nel dormitorio di contrada Sant’Urbano, nel corso del 2025, sono passati circa 380 ospiti. Durante la presentazione, moderata dalla direttrice del Giornale di Brescia Nunzia Vallini, è stato sottolineato anche il valore simbolico dell’iniziativa. «La dignità passa anche attraverso l’abito che indossi», ha ricordato Vallini parlando del reinserimento sociale delle persone più fragili.
Per il prefetto Andrea Polichetti il progetto rappresenta «un riscatto concreto». Le attività illecite, ha spiegato, sottraggono valore al territorio e alla comunità. Attraverso questa iniziativa, invece, quei beni vengono restituiti ai cittadini e in particolare a chi ha bisogno. Un modello che potrebbe diventare un punto di partenza anche per affrontare il tema, più complesso, del riutilizzo dei beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, spesso difficili da recuperare e far rivivere.




