L’assessorato alla gentilezza tra limiti e potenzialità

«È più bello un mondo pieno di speranza e gentilezza». Parola di papa Francesco, come dargli torto. Il pontefice scomparso quest’anno credeva talmente nella gentilezza (la speranza è già al cuore del messaggio cristiano) da dedicare al tema un ampio paragrafo della sua enciclica Fratelli tutti. Ma attenzione: la gentilezza bergogliana non ha nulla a che fare con la melassa dolciastra (e subito stomachevole) che si trova sui social, né con un retoricamente insopportabile «vogliamoci tutti bene» di chi deve strappare un facile consenso. Eh no: troppo facile.
Per essere gentili serve fatica, bisogna crederci davvero. Caposaldo (con le buone maniere) dell’educazione familiare (sicuramente fino a qualche decennio fa), oggi la gentilezza pare oggettivamente sempre meno praticata, e forse stavolta non si tratta solo di un qualcosa di opinabilmente percepito. In questo tempo dove tutto scorre veloce, dove la società più che fluida appare disciolta verso l’inconsistenza, in questo tempo nel quale le etichette del perbenismo politicamente corretto hanno la meglio, potevano mancare gli assessori alla gentilezza? Non serve certo rispondere.
Il progetto
Curiosando in rete si scopre che esiste addirittura un sito di riferimento: «Costruiamo la gentilezza». Tra i riferimenti culturali c’è Antoine De Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo principe, testuale: «Un racconto per bambini e adulti che racchiude le conoscenze utili per decifrare la gentilezza amorevole, riferimento del progetto nazionale Costruiamo Gentilezza». Con la G maiuscola, così ha subito un altro tono. Ed eccoli i Costruttori di Gentilezza, fondamentali perché: «Una pratica di gentilezza ripetuta più volte diventa un’abitudine. In questo modo se ogni individuo agisce con gentilezza, le comunità saranno più accoglienti e le persone più felici». E fin qui è tutto bellissimo.
Tra le varie categorie di questi Costruttori ci sono, appunto, anche gli Assessori alla Gentilezza (sempre con le maiuscole, ça va sans dire). Ma cosa fanno? Leggiamo: «Sono un riferimento per bambini e ragazzi. Inoltre attraverso le buone pratiche di gentilezza si occupano di buona educazione, del rispetto verso il prossimo e la cosa pubblica, del prendersi cura di chi soffre (i malati, o le persone sole) o è in difficoltà (chi ha perso il lavoro, disabili, anziani, genitori separati con figli), ad accrescere lo spirito di Comunità, oltre che favorire l’unità della comunità, a coinvolgere i propri concittadini e le associazioni in iniziative di cittadinanza attiva per il bene comune». Per carità: qualcuno potrebbe contestare? Impossibile.
Ma andando nel concreto, cosa fa l’Assessore alla Gentilezza? Andiamo oltre, giusto per non lasciare dubbi interpretativi: quel meraviglioso programma d’intenti non dovrebbe essere inscritto nell’agire di ogni amministratore pubblico? E non solo nel suo ovviamente.
Nei Comuni
Se un sindaco decidesse di istituire l’assessore all’onestà, pardon, l’Assessore all’Onestà cosa potremmo pensare? Una decisione che dimostra una straordinaria linea d’azione o una furbetta captatio benevolentiae (per non usare espressioni gergali certo più efficaci)? Anche qui: l’onestà non è condizione (si spera) imprescindibile per un amministratore pubblico? Ancora: e non solo per lui. Ad abusare di certe parole c’è il rischio di sembrare le concorrenti di Miss Italia che per sembrare empatiche con il mondo mettevano in cima ai loro desideri la pace del mondo. A volte un po’ di pudore intellettuale non farebbe male.
C’è un dato di fatto che ci toglie subito da ogni imbarazzo, gli assessori alla gentilezza non hanno certo preso piede, e anche nel piccolo campione bresciano degli esperimenti, una buona fetta ha già fatto un passo indietro.
Perché con la gentilezza non si scherza, ecco l’idea di gentilezza di Bergoglio (non propriamente De Saint-Exupéry...): «È una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici».
Un atteggiamento, una predisposizione, che non si perde quindi in una melassa eccessivamente dolce, «non è una strategia diplomatica», né «un comportamento formale da seguire per garantire l’armonia sociale o per ottenere vantaggi», per tornare a Bergoglio; al contrario, è «una forma di amore che apre i cuori all’accoglienza e aiuta tutti a diventare più umili», ovvero capaci di quell’atteggiamento che «predispone al dialogo, aiuta a superare le incomprensioni e genera gratitudine». Insomma, come si direbbe oggi: tanta roba.
Nella messa dell’Immacolata (tradizionale incontro con l’Amministrazione comunale) anche il vescovo Pierantonio Tremolada ha parlato della gentilezza: «È una virtù in controtendenza; si oppone a tutto ciò che è sfacciato, aggressivo: è una forma rara di generosità. La gentilezza vive nei volti e negli sguardi delle persone che si incontrano, scioglie l’imbarazzo con la dolcezza. La gentilezza interrompe la banalità del male, un gesto gentile spontaneo e gratuito che sorprende». Infine, «la gentilezza è la giusta misura della vita contro crudeltà, ansietà ed urgenza: i terribili mali del nostro tempo». Insomma, impegno concreto e poca retorica.
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