La Resurrezione di un artista bresciano a Roma

Clementina Coppini
Girolamo Muziano e il tentativo di usare l’arte per sottrarsi all’oblio
La Resurrezione di Lazzaro, dipinta da Girolamo Muziano
La Resurrezione di Lazzaro, dipinta da Girolamo Muziano
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Girolamo Muziano, nato nel 1584 a Brescia (o Acquafredda), imparò il mestiere dal Romanino, andò a Padova e cercò fortuna a Venezia, ma il successo per lui arrivò dopo il suo trasloco a Roma. La sua nascita come artista affermato arrivò con un quadro che rappresenta una rinascita, o per meglio dire una Resurrezione, quella di Lazzaro.

Hier Mutianus fecit ac dedit (Girolamo Muziano fece e donò). Questa la firma dell’autore, stilata sulla pietra tombale di Lazzaro. Vien da credere che l’opera fosse stata dipinta non per denaro, bensì per devozione, e che fosse stata concepita per essere posta sopra il sepolcro dell’artista.

Queste cinque parole non ci raccontano ciò che in fondo il pittore sperava, cioè che la sua arte l’avrebbe estratto dall’oblio, impedendo che il ricordo di lui e della sua opera andassero perduti? È paura comune, quella di finire nel nulla, e Girolamo sembra conscio del fatto che per farcela serve un miracolo.

In realtà la tela, di notevoli dimensioni, era stata fatta nel 1555 per ornare Palazzo Colonna a Subiaco. Era poi partita per Roma, al fine di essere esposta nel Palazzo di San Marco (che, dal 1564, divenuto sede dell’ambasciata della Repubblica, assunse il nome di Palazzo Venezia). A quanto pare fu proprio lì che la vide tale Buonarroti.

In seguito, come a voler in qualche modo sancire il desiderio d’immortalità del Muziano, fu sistemata sopra il suo sarcofago in Santa Maria Maggiore. In seguito fu trasferita al Quirinale e a fine Settecento approdò ai Musei Vaticani, dove tutt’ora si trova. Questo quadro per il Muziano rappresentò la svolta, poiché lo rese un pittore richiestissimo nella capitale. Chissà, forse ciò accadde anche grazie all’endorsement di Michelangelo, il quale ne rimase folgorato e la lodò pubblicamente, proprio lui, così avaro di complimenti anche nei confronti di se stesso.

La scena è corale e affollata. Gesù, al centro, tunica rosa e mantello blu, ha appena ordinato «Vieni fuori, Lazzaro!» e lui, obbediente, è uscito dalla fossa, ancora in parte coperto dalle bende ma di nuovo vivo.

La scena è in fieri, si percepiscono incredulità, sgomento, fermento e insieme gioia e gratitudine. E tanto colore, tipico degli artisti figli della Serenissima. Qualcuno degli astanti si copre il naso, essendo risaputo che i morti dopo un po’ puzzano. Due personaggi a destra, uno con un mantello verde, l’altro giallo, si scambiano uno sguardo che spiega tutto. Le due sorelle di Lazzaro, Maria e Marta, fissano senza fiato il Messia.

Come ci si sente ad avere la certezza assoluta che è possibile tornare dall’aldilà? Che esiste qualcuno che con tre parole è in grado di restituire il respiro, una creatura così umile e perfetta, che solo con il gesto di allungare la mano rende possibile l’impossibile? Ci si sente rivivere, come se davvero ciascuno di noi fosse un attimo senza fine.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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