Troppo spesso mi dimentico quanto sono fortunato a vivere in un paese meraviglioso dove le dolci curve delle Montagnette si innestano alla perfezione in un paesaggio placidamente attraversato dal grande fiume, il mai sufficientemente decantato Mella (che noi decliniamo al femminile).
Il parco del Cono Ottico crea una splendida cornice al nostro affascinante Castello. I centri commerciali sono la naturale evoluzione di una vocazione del territorio. Perché quella di Roncadelle è l’erba sempre verde del vicino. Agli altri resta l’invidia. Consapevole di tutto ciò, solitamente evito di pavoneggiarmi, capita però che venga stuzzicato nell’eterna lotta tra guelfi e ghibellini, tra chi porta le infradito e chi le ciabatte classiche: è meglio vivere in città o in paese?
Citerò Cesare Pavese da un passo del suo romanzo La luna e i falò: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Il paese è dove non ci sono pacchiane location ma soltanto luoghi deliziosi, in paese ci si mette a tavola al tramonto e la cucina della nostra tradizione non ha ancora ceduto il passo a osceni apericena serviti in improbabili concept bar. Perché in paese il concept è sempre molto chiaro, la modernità ci crea qualche fastidio, viviamo nel nostro piccolo mondo antico beandocene. E se prendiamo la bicicletta è perché dobbiamo andare dal fruttivendolo, mica in centro a testimoniare quanto siamo chic. Perché noi siamo chic a prescindere.




