Vittoria ha fatto un suo capolavoro

Vittoria non è una donna esemplare, non è una di quelle che arrivano sempre in orario e non sbagliano mai un colpo. Non ha un matrimonio perfetto da sbandierare e neppure figli da 110 e lode di cui vantarsi. Per un lungo periodo la sua vita è stata un disastro. Al suo corpo ne ha fatte passare di tutti i colori: lo ha affamato e sollecitato fino all’ultimo neurone.
Da quindici anni ha ripreso in mano la sua esistenza e parlandole oggi nessuno immagina che sia stata attraversata da un uragano. I suoi occhi che hanno guardato dentro l’abisso adesso brillano di una luce che difficilmente si coglie nella gente. Vittoria meriterebbe un monumento poiché dopo essere stata preda della droga ne è venuta fuori. Non è stato facile, anzi è stato difficilissimo, ma ce l’ha fatta davvero. Non incolpa nessuno per ciò che le è accaduto. Condanna e assolve solo se stessa per non aver saputo dragare i canali del suo malessere.
L’inizio dell’inferno è cominciato quando è mancato suo padre. Aveva circa 18 anni e mentre cresceva incapace di elaborare il lutto, dilatava anche il buco nero che aveva dentro a causa di un errore di cui ora si è perdonata. Con l’autostima a zero Vittoria lavorava molto e guadagnava bene, frequentava locali alla moda e amicizie bugiarde. Per anni ha stordito il suo dolore con sballi e distruzione. Poi un mattino alle otto invece di un cappuccino ha ordinato un bicchiere di vino. La barista versandolo l’ha guardata in faccia e ha detto: «un bianco a quest’ora?». Vittoria tornata a casa ha pronunciato solo cinque parole: «Mamma, voglio entrare in comunità».
Non è stato facile adeguarsi a regole durissime e punizioni, lavorare la terra e vivere senza il riscaldamento d’inverno. La parte più dura è stata la perdita dell’autonomia, dovendo sottostare agli operatori dal mattino fino all’ora di dormire. Le sono serviti sette anni per recuperare quasi tutta la fiducia in se stessa. Ricorda che entrando in comunità era in vigore la lira e quando ne è uscita era stata convertita in euro. Mentre alza la mano per spostare i capelli vedo una frase tatuata sull’avambraccio. Incuriosita chiedo: «cos’hai scritto?» Lei sorridendo risponde: «Ho fatto un capolavoro!» Ha ragione, per tornare dall’inferno bisogna essere degli artisti.
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