Vito, "gigante buono" della Croce Bianca
Ce l'aveva nel nome quello slancio e quell'approccio generoso. Vito Macadino i suoi cinquantasei anni li portava con entusiasmo, con quella carica vitale che i tanti amici bresciani hanno conosciuto, da quando, nei primi anni Novanta, aveva lasciato la nativa Mazara del Vallo, all'estremità orientale della Sicilia, per salire al Nord, seguendo la moglie che aveva ottenuto un lavoro alla sede Inps di Brescia.
E proprio quell'entusiasmo è ben impresso nel ricordo degli amici, increduli e sconvolti nell'apprendere attraverso i telegiornali della tremenda sorte che gli è toccata. È proprio Vito quell'uomo freddato nella notte in via Raffaello, ucciso con premeditata ferocia a colpi di pistola. Fai fatica a crederlo, ma è proprio suo quel corpo coperto da pietoso lenzuolo e poi portato via dai volontari della Croce Bianca quando il sole comincia a illuminare una grigia mattina di marzo.
E fa ancora più effetto, la scena, nel pensare che Vito quella divisa arancione di milite della storica associazione bresciana la indossava spesso. Sì, sono i suoi «colleghi» della Croce Bianca, con la divisa coperta dalla bianca tenuta della rimozione cadaveri, a portarlo all'obitorio, gli stessi colleghi con i quali dal 2007 condivideva un generoso impegno. L'ultima volta solo a poche ore dal massacro, nel pomeriggio di sabato, quando era stato impegnato in un servizio di assistenza ad una manifestazione sportiva.
A piangere la sua scomparsa sono innanzitutto i famigliari, a cominciare dalla madre Maria, che abitava con lui a Brescia 2, e dal figlio Alessandro, quindicenne. Vito aveva cambiato diversi impieghi, era stato agente per un'impresa di brokeraggio, aveva lavorato per Pronto Assistenza e per un'azienda che si occupa di sistemi di montaggio. Era separato dalla moglie e negli ultimi tempi aveva trovato serenità dopo aver conosciuto ed iniziato a frequentare Francesca Alleruzzo.
Lo raccontano gli amici, che lo definiscono «un gigante buono» per via della sua stazza e ricordano i «comizi» che teneva quando si facevano lunghe chiacchierate in compagnia, spaziando dalla politica allo sport. Si infervorava anche, soprattutto se qualcuno metteva nel mirino la sua Juve, di cui era un super tifoso. Ma le discussioni si placavano bonariamente, senza strascico alcuno, tanto che l'indomani mattina arrivava, immancabile, il messaggio postato su Facebook: «Bongiorno al mondo!».
Ieri mattina gli amici non hanno trovato l'augurio, e purtroppo non per una dimenticanza del generoso Vito.
Alessandro Carini
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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