Brescia e Hinterland

Uomini più simili a cavallette che a farfalle

Oggi un pacifico pianeta globalizzato, colorato dalle sue diversità, è l’unica soluzione seria che ci resta
La Risiera di San Sabba
La Risiera di San Sabba

Oggi è la giornata per rileggere i versi che la poetessa Ketty Daneo ha dedicato al fratello recluso nella Risiera di San Sabba, dove una lastra di marmo ogni giorno richiama alla memoria le atrocità consumate in quel luogo.

«Dalla fabbrica calano sulla città urla tese, di martirio: una risiera un tempo, che le mondine giovani curve allo sbramino riempivano di stornellate nelle stagioni dolci del sambuco sognando ragazzi, all’uscita». Guardando ciò che resta della follia nazi-fascista la gola si chiude. Dentro la stanza delle croci la sofferenza è stata assorbita dai muri, graffiati con pensieri di addio e da simboli ebraici che perpetuano la tragedia di quanti sono passati in quelle celle, anguste anche da vuote e senza catenacci.

Nel grande cortile si sente solo il rumore dei passi degli attoniti visitatori, in quel silenzio viene spontaneo recitare «l’eterno riposo» per le anime che opprimono quello spazio anche nelle giornate di sole. Il grande caseggiato nato per la pilatura del riso è situato a Servola, nel rione un tempo famoso per i panifici che sfamavano tutta Trieste. Esso divenne un campo di prigionia per detenuti politici e, dopo l’emanazione delle leggi razziali, vi transitarono migliaia di ebrei. Si sente ancora la loro presenza nel garage di cui resta solo il perimetro.

Lì, uomini appesi alle travi come «strani frutti» furono eliminati nel forno crematorio, risalendo come fumo per il camino «adesso sono nel vento». Senza fare sconti la storia racconta quanto gli uomini siano più simili alle cavallette che alle farfalle; essi lo mostrano ogni qualvolta toccano l’estremo negativo che possono raggiungere.

Primo Levi scriveva: «L’olocausto è una pagina del libro dell’umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria». È necessario dare un senso ai ricordi, affinché quanto è accaduto non si ripeta. Bisogna vigilare sulle pagine che vengono scritte adesso, ricordando che lo sterminio non è cominciato con le camere a gas, ma con le parole che alzano muri e creano separazioni. Ovunque come erba gramigna cresce la competizione tra fratelli e popoli confinanti, concimata da uomini in cerca di supremazia.

La richiesta di pace nel mondo non è più la risposta frivola e utopistica delle Miss, irrise dallo scetticismo della gente. Oggi un pacifico pianeta globalizzato, colorato dalle sue diversità, è l’unica soluzione seria che ci resta.

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