«Un rene da mia moglie: rinascerò nel ricordo di mio figlio»

Che strani sono i giochi del destino. Vent’anni fa Carmelo Scarcella, allora 44enne, venne ricoverato in Urologia all’Ospedale Civile per le complicanze di una calcolosi renale. Daniela era l’infermiera che lo curava e che, poco dopo, sarebbe diventata sua moglie. Ed è Daniela che ha deciso, liberamente, di donare un rene al marito che deve essere sottoposto a trapianto. «È un atto d’amore» afferma lei. Carmelo Scarcella, per molti anni direttore generale dell’Asl di Brescia, poi Ats, è ora direttore generale dell’Asst Garda. Ed è proprio a causa di questo ruolo che ha rinviato di un anno l’intervento.
«L’obiettivo era di arrivare all’intervento nella primavera del 2020 - racconta -. Poi, la pandemia ha interrotto il nostro percorso: oltre ai rischi legati al Covid, io ero anche immerso nell’emergenzadella prima ondata, non facile da gestire».
Racconta, Scarcella, di come quel ricovero in ospedale vent’anni fa gli abbia cambiato la vita. Perché ha incontrato Daniela, ovviamente. Ma anche perché gli venne diagnosticato il rene policistico, malattia ereditaria che porta alla formazione di sacche di liquido, le cisti, in entrambi i reni. Esse negli anni si sono ingrandite fino ad assumere dimensioni considerevoli portando progressivamente all’insufficienza d’organo.
«La patologia si è aggravata tanto che, alla fine del 2019, si aprivano per me due strade: o la dialisi o, come mi ha suggerito il mio nefrologo Francesco Scolari, l’ipotesi di un trapianto da vivente, tenuto conto che il trapianto prima della dialisi costituisce un fattore di prognosi molto più favorevole. Malgrado ciò, il nostro Paese con il 10-15% di trapianti da vivente sul totale è la Cenerentola rispetto al Nord Europa, in cui la metà sono trapianti da donatore vivente - continua Scarcella -. Mia moglie si è candidata spontaneamente ed abbiamo iniziato mesi di preparazione, interrotti dalla pandemia. Il donatore, in particolare, viene sottoposto ad una serie di accertamenti, oltre ad indagini per verificare che la donazione non abbia subito costrizioni. Ed eccoci qui, al 2021.
Lo scorso 23 febbraio a Padova, dove da tempo sono seguito per la mia nefropatia, mi hanno tolto un rene per far posto a quello di Daniela, che mi verrà trapiantato nella settimana dopo Pasqua. Le cisti che si sono sviluppate intorno al rene hanno creato volume e peso tant’è che quello prelevato pesava quattro chili a fronte dei normali 150 grammi. Il rene destro, che ancora ho, di chili ne pesa cinque».
Dettagli tecnici che, da medico, lo distolgono solo in parte dal vero tema: la generosità di Daniela. Si commuove, quando ne parla, ricordando che «nei trapianti da vivente sono soprattutto i genitori a donare un rene ai figli». «Un atto solidale molto forte, frutto di un rapporto che si è rinsaldato nel tempo perché, insieme, abbiamo affrontato una prova durissima».
E racconta di Edoardo, il figlio morto otto anni fa quando di anni ne aveva quattro e mezzo, affetto da mucolipidosi di tipo 2, una malattia genetica rara. «La diagnosi è stata immediata e noi abbiamo vissuto quattro anni e mezzo sapendo che nostro figlio sarebbe morto. Una prova devastante superata insieme, anche per l’amore verso gli altri due figli. Ed ora questa nuova prova. Mentirei se dicessi che non sono preoccupato, non per me, ma per Daniela perché il suo enorme atto di generosità merita che tutto vada per il meglio».
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