Un amore del cavolo

Nessuno mi invita per un aperitivo. Non accade mai. Questo mi rende particolarmente orgoglioso. Non partecipo al rito collettivo simbolo del nostro infausto tempo, a quella inelegante corsa a ingozzarsi di pizzette con formaggio plastificato e arachidi troppo salate, con tra le mani bicchieri oscenamente giganti da ostentare come fossero il sacro graal dell’eterna felicità. Ovviamente in strada, metti che non ti vedano.
Mi capita invece spesso di essere piacevolmente invitato a cena, ho cari amici che conoscono i miei gusti, deliziose persone che amano stupirmi. Nei giorni scorsi ero a cena a un accogliente desco, la padrona di casa (eccellente anche in questo ruolo) mi ha servito foglie di cavolo nero rese croccanti da un passaggio in forno, a renderle più sfiziose un filo d’olio e sale quanto basta. Che meraviglia, in primavera metterò sicuramente il cavolo nero a dimora nel mio orto.
Dal canto mio arrivo sempre con una pregevole bottiglia di vino, solitamente un rosso corposo e strutturato con sentori di frutti di bosco maturi. Recentemente la biologa Antonella Viola ha però invitato ad abolire completamente il vino dalla nostra vita, sostituendolo magari con succo di pomodoro. Mi sono interrogato sulla questione. Ma siamo sicuri che una vita a mangiare verdurine scondite alla piastra, accompagnate da pane sciapo, a pranzare con germogli in ammollo in latte di soia, a sostituire succulente bistecche al burro con seitan, tofu, tempeh, ecco, un’esistenza che non conosce il gusto della mortadella può davvero definirsi sana?
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