Tutti lasciano un segno, suor Emilia ha lasciato un capolavoro

Una delle strade più vitali di Brescia è intitolata a Maria Crocifissa Di Rosa, il cui nome nel 1954 è stato inserito nel Martirologio dei Santi e dei Beati riconosciuti dalla Chiesa. Per chi non lo sapesse, questa suora accorta e tenace ha fondato la Congregazione delle Ancelle della Carità.
La denominazione non deve apparire casuale, infatti «l’ancilla» in epoca romana era la schiava dedicata alla cura della matrona ma, adattata a una regola di monachesimo femminile, è diventata sinonimo di devozione a Dio e al prossimo.
Adesso le vesti bianche delle suore non si vedono più nei reparti dell’Ospedale Civile, ma sono molti gli ammalati e i feriti che hanno conosciuto suor Emilia nel lungo tempo in cui è stata una presenza costante del Pronto Soccorso. Oggi parlo di lei perché la settimana scorsa, con la discrezione che si conviene a una religiosa, è andata via per sempre.
Si dice che nei confronti dei morti si diventa più indulgenti. È giusto ricordare che questa monaca per due terzi della sua vita ha esercitato la benevolenza, applicando un triage che andava oltre la classificazione dei bisogni dei malati. Si è guadagnata sul campo una solida considerazione e i primi che l’hanno stimata sono stati proprio i medici, molti dei quali l’avevano conosciuta da laureandi. La rispettavano gli Infermieri e gli Operatori sanitari, gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e i numerosi volontari delle ambulanze.
Chissà se lei si riteneva prima una suora o un’infermiera. Negli anni aveva accumulato una pragmatica esperienza da cui tutti ne traevano supporto. Ho un ricordo indelebile degli anni 80’ quando insieme al professor Rigamonti insegnava alle Crocerossine come fare le medicazioni e le corrette fasciature. Lei raccomandava di stabilire relazioni d’aiuto con i pazienti, senza dimenticare i familiari in attesa. Dotata di umanità intuitiva, aveva un modo di fare asciutto e nel contempo morbido. Era sempre in prima linea con il grembiule a volte macchiato di sangue e le mani irruvidite dal lavoro e dai frequenti lavaggi con il disinfettante.
Ha chiuso gli occhi a 87 anni senza voler infastidire nessuno, minuta come una bambina. Mentre leggevo i messaggi lasciati sul quaderno delle firme, ho ricordato di averla vista più volte attraversare guardinga le strisce pedonali davanti alla Casa madre.
Adesso riposa in un piccolo cimitero della sua Valtrompia, lasciando in quanti l’hanno conosciuta un leggero profumo di buono.
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