La guerra, la pace. Tragica presenza la prima, fragile speranza la seconda. Come racconta la lingua dei nostri nonni questo eterno binario?
Per indicare gli eventi bellici c’è la semplice parola guèra. È identica all’italiano, ma la storia dei nostri paesi e delle nostre famiglie l’ha fatta diventare pienamente bresciana a tutti gli effetti: «l’è ’ndàt en guèra e l’è pö turnàt a casa», «quand che sìem pütì gh’éra la guèra e el pà biànc l’ìem mai vést»... Per indicare il contrasto fra due persone, poi, il dialetto può ricorrere ad espressioni quali «tacà béga» («bega» è termine gotico che indica lo scontro) oppure un più intimo «éser en desgöst» (il «disgusto» reciproco per il non potersi proprio sopportare).
E la pace? Io confesso di avere personalmente nelle orecchie un uso molto italianizzato («Gh’ìf de fà pàce» intimavano le nonne ai bambini litigiosi). I vocabolari bresciani dell’Ottocento riportano il termine «pàs» mentre quello settecentesco il verbo «pazentà» col significato di rappacificare, o termini quali «pazentadór» e «mezà de pàz» per indicare il paciere, il «mediatore» di pace. Trovare poi un semplice equilibrio fra contrasti è indicato dall’espressione «endà decórde». Un accordo vero, profondo, tra due individui si realizza infine quando questi «i sa càta». Il verbo catà significa «trovare», «prendere» (pensate alle parole italiane «captare» e «accattone»). Catà sö è il raccogliere da terra, catà zö il cogliere dall’albero, catà föra è lo scegliere. Catàs è semplicemente il trovarsi, l’incontrarsi. Dà l’idea di una vera sintonia.
Insomma: anche se due i sa càta pròpe mìa, almeno un modo per endà decórde serve. Non sarà pace, ma è sempre meglio della guerra.


