La sorveglianza attiva è nata per salvaguardare la didattica in presenza, dopo quasi due anni di banchi occupati a singhiozzo per via del Covid. Se in classe c’è un alunno positivo scattano i controlli per verificare quale sia la situazione reale sul fronte del contagio e segnare così il punto di partenza: non per niente il giorno in cui Ats comunica che in classe c’è un positivo si chiama «T0».
Se non emergono altri casi, gli alunni rientrano in classe e fanno un altro controllo a distanza di cinque giorni, il «T5», per scattare una nuova «fotografia epidemiologica»: se spunta un altro positivo, la classe va in quarantena, altrimenti le lezioni proseguono in aula. Fin qui sembra tutto semplice.
Eppure, con l’aumento dei casi scolastici, è aumentano il caos anche nelle chat dei genitori. D’accordo, somigliano a gineprai, ma sono anche un momento di confronto e conforto di fronte a tabelle e postille capaci di mandare in confusione anche il lettore più attento. Perché se è vero che la quarantena è di facile applicazione - basta chiudersi in casa -, la sorveglianza attiva previene la Dad ma, nella sua struttura, ha qualche buco interpretativo. Per esempio: è scritto chiaramente che in attesa del T0 non si può entrare in classe, ma nulla viene detto riguardo al T5.
In quel giorno la classe è chiusa o no? Chi decide? La scuola non può sospendere la presenza, per attivare la Dad i genitori devono decidere all’unanimità, e volendo fare un tampone molecolare in un hub dell’Asst bisognerebbe assentarsi per via degli orari d’apertura. E se al T5 ci fosse un nuovo caso positivo? I contatti nelle ultime 48 ore finirebbero in quarantena, ma i bambini che invece sono rimasti a casa in via precauzionale per scelta delle famiglie dal T0? Sarebbero considerati collegati al «caso indice» e quindi in quarantena oppure no? Le famiglie che si sono trovare in questa situazione sono finite nel caos. Qualcuno ha chiamato Ats, ricevendo risposte gentili, ma purtroppo diverse tra loro.




