Shoah e alpini, memoria che costruisce

In questa settimana ci siamo ripetutamente trovati a che fare con la memoria. Il calendario a stretto giro ha allineato la Giornata nazionale della Memoria e del sacrificio degli Alpini, il 26 gennaio (ricorrenza della battaglia di Nikolajewka), e la Giornata della memoria dedicata alle vittime dell’Olocausto, il 27. Contesti e dimensioni diversi, in comune il riferimento a fatti tragici di quel secolo breve che a dispetto dell’aggettivo che lo qualifica ha inanellato una lunga serie di drammi.
Ecco, la memoria si fissa su questi: su una battaglia combattuta al gelo della steppa del Don, con i soldati italiani invasori loro malgrado al seguito della follia nazista e della colpevole collaborazione fascista, e poi in ritirata; e sulla persecuzione del popolo ebraico, organizzata e praticata con l’obiettivo del suo sterminio.
È la memoria del male, da tramandare perché non accada mai più. Ma la memoria non è solo il ricordo di fatti ed eventi trascorsi. È anche costruttiva, forse per reazione a quei meccanismi neurofisiologici che per consentire al cervello di immagazzinare informazioni agiscono sulle cellule nervose, modificandole. La memoria incide su di noi, ci cambia, ci dà strumenti preziosi. E allora può tramutarsi in testimonianza, impegno, azione. Per non ripetere gli errori (orrori), per fare meglio, per renderci più umani. E ricordarcene senza piangere.
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