Per un giorno l’Europa si è riconosciuta nel volto radioso e sbarazzino di Bebe Vio. La due volte medaglia d’oro nel fioretto paralimpico è stata infatti additata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen come «una leader, immagine della sua generazione da cui trarre ispirazione», nel Parlamento di Strasburgo riunito mercoledì per il discorso sull’Unione.
La fragilità fisica, drammatico lascito di una malattia contratta a 11 anni, si è trasformata nella ferrea determinazione aliena da piagnistei che tutti le conosciamo. Ecco, Bebe può legittimamente ambire a rappresentare quell’«anima dell’Europa e del suo futuro» evocata dalla von der Leyen, proprio per aver «raggiunto i risultati applicando il suo credo: se sembra impossibile, allora si può fare». Frase questa, ripetuta in italiano. La standing ovation della Plenaria europea poteva far perdere la testa a chiunque. Non a Bebe, ormai già nella leggenda dello sport, che nonostante le prove «impossibili» superate e ancora da superare, mette le mani avanti: «Io leader? Ursula von der Leyen è una vera leader, non io».



