Se la guerra condiziona il dizionario sportivo

Con l'invasione dell'Ucraina, alcuni termini risultano impossibili da utilizzare per commentare le partite di calcio (e non solo)
Calcio (simbolica)
Calcio (simbolica)
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Quando, tre anni fa, nella FeralpiSalò militava Simone Pesce, regista dotato di un gran tiro, la speranza era sempre che uno dei suoi tentativi da fuori area entrasse in rete per poter poi scrivere di un «siluro di Pesce», ma solo per attinenza con l’animale che vive anche nel Garda. Ora che però la guerra, quella vera, è sostanzialmente a due passi dall’Italia, ci sono termini che diventa difficile anche immaginare di scrivere, pur essendo di uso quotidiano in ambito sportivo. A partire dallo «scontro» o dalla «sfida» fra due squadre o dal «duello» (a volte definito «all’arma bianca») fra giocatori.

Allora cosa fare? Il problema è prima di tutto deontologico e non può essere risolto con l’iniziativa di un singolo. Certo è che scrivere di un «missile» o di una «cannonata» appare quantomeno inopportuno (meglio un tiro forte, o se proprio violento) quanto utilizzare il termine «bomba» per indicare - nel basket - il tiro da tre punti, ovvero la tripla.

Resta però difficile sostituire, raccontando gli sport di squadra, termini come «attacco» o «difesa», per non parlare del linguaggio legato a boxe o scherma, dove ogni «assalto» è fatto davvero per procurare un danno all’avversario...

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