In carcere da due giorni. In stato di fermo. Incrollabile sulla sua posizione. Berisa Kadrus, 60enne di origini serbe, anche ieri ha negato ogni addebito. Ha detto e ribadito di non sapere nulla della fine fatta dalla sua ex compagna. Si è limitato a spiegare che il tappeto insanguinato che stava smaltendo nell’isola ecologica di via Metastasio martedì mattina, quando è stato intercettato e fermato dai carabinieri, non era in casa sua. Lo aveva trovato insieme ad altro materiale in un locale che aveva avuto l’incarico di svuotare.
Per i militari del Nucleo investigativo dell’Arma e per il sostituto procuratore Donato Greco l’uomo mente. Quel voluminoso tappeto era nel cortile della sua abitazione ed è stato usato per avvolgere il corpo senza vita della sua ex. L’esame del dna non ammetterebbe dubbi: il sangue che lo macchia vistosamente è proprio di Viktoriia Vovkotrub. A questa conclusione il magistrato titolare del fascicolo aperto per omicidio volontario e distruzione di cadavere e i militari dell’Arma sono arrivati al termine di una giornata, quella di ieri, particolarmente lunga e scandita da una sequenza ininterrotta di attività tecniche. Dopo le analisi biologiche sulla prova regina (che hanno dato conferme pressoché granitiche agli investigatori) anche l’esame al luminol compiuto nel modesto appartamento al quartiere Primo Maggio, dove i due hanno convissuto per un paio d’anni almeno sino all’estate scorsa, hanno rassicurato il magistrato e i carabinieri. Diverse sarebbero le macchie isolate dai militari in camice bianco sui mobili, ma anche sui pavimenti dell’abitazione. Il che consente agli inquirenti di avere solide convinzioni non solo sull’autore del delitto, ma anche sul luogo dove l’omicidio sarebbe stato commesso. Contro il 60enne la procura ha anche altri elementi.




