Rsa, dopo la pandemia rischiano di aumentare le rette

Il motivo sono le perdite delle residenze avute nel 2020. Si potrebbero forse evitare con un aumento dei contributi regionali
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La lista di attesa si sta allungando. Mille persone aspettano una telefonata per trasferirsi in una Rsa, la residenza sanitaria assistenziale che a piccoli passi sta tornando alla normalità dopo la tragedia della pandemia. Alla fine del 2019, prima che il coronavirus si diffondesse anche da noi, in attesa nella lista unica cui ha aderito il maggior numero delle strutture della città, c’erano circa 1.600 anziani. Ma ora la lente è puntata sulle rette, che rischiano di aumentare a causa delle perdite del 2020. Si potrebbero forse evitare con un rialzo del 2,5% dei fondi che Regione Lombardia riserva alle Rsa, ma per ora non c'è nulla di certo.

Il caso di Fondazione Casa di Dio

«Tra i posti a contratto con il servizio sanitario regionale, adesso di vuoti non ne abbiamo, ma la nostra è una grande realtà e se avessimo qualche posto scoperto non inciderebbe in modo significativo e permetterebbe di ridurre l’attesa che, proprio perché esiste una lista unica, è meno lunga di quanto non fosse in passato» spiega Stefania Mosconi, direttrice generale della Fondazione Casa di Dio, che in città gestisce 425 posti a contratto su più strutture. «Diverso per le realtà più piccole sulle quali i posti vuoti, anche se pochi, incidono in modo significativo sul bilancio». Ora, la grande sfida del ritorno alla normalità è riuscire a farlo senza un aumento della rette a carico degli ospiti o delle loro famiglie. «Nel 2021 le rette sono rimaste invariate anche per l’impegno che abbiamo assunto con il Comune di Brescia che a noi ha dato un contributo essenziale di 490 mila euro, in quota parte garantito anche alle altre realtà - continua Mosconi -. Tuttavia, lo scorso anno abbiamo perso 1,5 milioni di euro solo in mancati introiti delle rette e tutto l’utile del patrimonio della Fondazione, circa 800mila euro, lo abbiamo usato per evitare di avere un buco di bilancio. Malgrado ciò, non siamo ancora certi di chiudere in pareggio. Lo scorso anno la Regione aveva ritoccato al rialzo del 2,5% la quota sanitaria che versa alle Rsa che, per noi, ha significato un finanziamento aggiuntivo di 140mila euro l’anno. Sarebbe auspicabile un altro passo di pari entità da parte della Regione: se ritocca di un ulteriore 2,5% la sua quota permetterebbe alle Rsa di non ipotizzare un ritocco delle rette. Non solo. Dalla nostra esperienza in generale e dalla tragedia del Covid in particolare abbiamo ulteriormente toccato con mano quanto sia oggi fuori dal tempo e impensabile stabilire per legge che un operatore dedichi solo 901 minuti settimanali ad un anziano. Per una assistenza adeguata ne servono almeno 1.100-1.150. Questo significa che per ogni ospite riceviamo circa 100 euro al giorno ma la spesa supera i 110 euro».

Le residenze faticano a ritrovare la normalità

Sono ancora molti, quindi, i freni che rallentano il già faticoso ritorno alla normalità in una sfida che deve saper conciliare l’aumentata intensità clinica della cura alla caratteristica di una Rsa che non è un ospedale, ma una casa per gli ospiti. Il primo freno è la pandemia perché, come è ormai noto ed evidente, il virus circola ancora e l’attenzione deve essere massima per tutti. A maggior ragione con le persone anziane e fragili per evitare che si sviluppino focolai. L’altro, sono i costi di gestione: da una parte l’aumento per far fronte ai bisogni determinati dalla pandemia, dall’altra la diminuzione degli introiti a seguito della lunga chiusura ai nuovi ingressi. Un terzo freno è dato dal personale, soprattutto infermieristico, con il quale nelle Rsa sono ormai al limite.

Le misure anti-Covid

«Per la pandemia, ad inizio anno abbiamo dovuto bloccare ancora i nuovi ingressi a causa di un focolaio che si è sviluppato in Rsa, per cui la percentuale di occupazione di quel periodo è stata molto bassa - continua Mosconi -. Adesso abbiamo realizzato camere nuove con sedici posti dedicati ad eventuali necessità di isolare le persone positive al Covid-19. Di queste sedici, solo quattro impattano sul totale dei posti generali, le altre sono dedicate e, per fortuna, ora sono quasi sempre vuote. La vaccinazione ha fatto una enorme differenza». La sicurezza, inoltre, viene garantita sottoponendo tutti gli anziani ospiti a tampone una volta al mese, mentre il personale viene «tamponato» ogni quindici giorni. I kit vengono forniti gratuitamente dall’Ats, l’Agenzia di tutela del territorio. I vaccini - Pfizer o Moderna - vengono invece consegnati dagli operatori delle Asst (aziende sociosanitarie territoriali) in singole dosi già pronte per la somministrazione. Poi, i costi di gestione, aumentati rispetto al pre-Covid. Continua la direttrice: «Servono persone dedicate a gestire le visite dei familiari, servono medici ed infermieri per i tamponi e le vaccinazioni, serve più tempo da dedicare a ciascun ospite».

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